Articolo in Categoria: Salute

La sindrome metabolica

di Renato D'Auria | 7 giugno 07 fa

Quando si parla di sindrome metabolica (SM) si intende quell’insieme di fattori che predispongono gli individui allo sviluppo del diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Sono diversi i fattori che possono contribuire allo sviluppo della SM. Genetica, stile di vita (intesa come stile alimentare e quantità di attività fisica praticata), l’obesità addominale e la resistenza all’insulina (con o senza intolleranza al glucosio). L’eccesso di grasso corporeo (in particolare nella regione addominale) e uno stile di vita sedentario promuovono lo sviluppo della resistenza insulinica anche se in alcuni soggetti, l’insorgere di questa  patologia, sembra avere una forte connotazione genetica. Per riconoscere i soggetti affetti da sindrome metabolica l’operatore può utilizzare la classificazione del National Cholesterol Education Program(NCEP) ADULT TREATMENT PANEL III (ATPIII) che considera l’associazione di obesità viscerale, iperglicemia, ipertensione arteriosa, ipertrigliceridemia, basso colesterolo HDL. Si può fare diagnosi di sindrome metabolica se sono presenti almeno 3 delle seguenti 5 condizioni riportate nell’immagine sottostante.

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Successivamente tali parametri sono stati modificati più volte a sono stati aggiunte anche altre condizioni che possano meglio identificare tale sindrome come: valutazione del BMI, presenza di steatosi epatica non alcolica, presenza nelle donne della sindrome dell’ovaio policistico, la presenza durante la gravidanza del diabete gestazionale e alcuni altri parametri.

La resistenza all’insulina gioca un ruolo chiave nel connettere i vari elementi e permettere l’esplosione della sindrome stessa. Negli individui con normale sensibilità insulinica, le cellule β del pancreas rilasciano insulina in risposta ad un aumento dei livelli di glucosio in circolo. L’insulina quindi diminuisce la concentrazione plasmatica di glucosio sopprimendo la produzione epatica di glucosio e migliorando l’assorbimento del glucosio nel tessuto adiposo e nel muscolo scheletrico. L’insulina inoltre inibisce la lipolisi nel tessuto adiposo inibendo la lipasi sensibile a quest’ormone, un enzima che idrolizza i trigliceridi in FFAs e glicerolo. L’insulina promuove la lipogenesi stimolando il recettore nucleare PPAR (un recettore che regola il deposito degli acidi grassi e il metabolismo del glucosio). L’insulino-resistenza è quindi una diminuzione della capacità dell’insulina di stimolare l’assorbimento del glucosio dai tessuti periferici. I principali fattori scatenanti sono: livelli elevati di FFAs e profili di adipochine anormali. Per quanto riguarda gli FFAs  questi aumentano vie di segnalazione infiammatorie attraverso l’interazione diretta con i recettori TLR (recettori del sistema immunitario che una volta attivati scatenano una risposta di tipo infiammatoria) e indirettamente attraverso la secrezione di alcune citochine come il fattore di necrosi tumorale e alcune interleuchine ad un ulteriore aumento degli FFAs. Tornando alla Sindrome metabolica, diversi studi hanno dimostrato come ci sia un rapporto inversamente proporzionale tra VO2max  – e quindi efficienza fisica – e la sindrome stessa. La VO2max dipende  da un efficiente funzione mitocondriale, funzione che viene però fortemente compromessa nella presenza di  alterazioni metaboliche e diabesità. Molte di queste alterazioni possono essere corrette attraverso un attività fisica adattata al caso specifico che può portare ad un miglioramento della VO2max anche del 30%. Infatti il miglioramento della VO2max, e anche di altri parametri, è stata riscontrata nei soggetti che, affetti da sindrome metabolica, hanno iniziato a praticare, con regolarità, attività fisica. Ma quanta attività fisica occorre perché si possano ottenere benefici. Uno studio condotto su 179 soggetti e durato 2 anni ha dimostrato come una spesa energetica superiore a 10 METs-ora/sett, ottenuta attraverso l’esercizio aerobico, sia sufficiente a migliorare alcuni parametri come circonferenza vita, frequenza cardiaca, colesterolo totale e trigliceridi. Lo stesso studio ha però dimostrato che tutti i benefici dell’attività fisica si hanno solo per una spesa energetica superiore a 20 METS-ora/sett.

Infatti l’attività fisica, nei soggetti affetti da sindrome metabolica, apporta numerosissimi beneficI. Vediamo quali:

  • SISTEMA CARDIO VASCOLARE: E’ stato dimostrato un aumento del diametro delle arterie coronarie maggiori; Incremento del flusso coronarico massimo; Neoformazione di arteriole e capillari; Aumentato e più efficiente trasporto di ossigeno. Si assiste ad una riduzione delle resistenze periferiche grazie ad un minor consumo cardiaco di ossigeno. Questa riduzione delle resistenze periferiche è legata alla diminuzione del tono simpatico con prevalenza del tono vagale. Ciò comporta quello che succede a tutti i soggetti obesi e ipertesi che iniziano a praticare attività fisica costante… Si riduce la pressione arteriosa sia sistolica che diastolica che può variare dai 2 ai 5 mmHg nei soggetti normotesi, fino ad arrivare a 15 mmHg nei soggetti ipertesi.

 

  • MUSCOLO SCHELETRICO: nel muscolo scheletrico, in seguito alla pratica costante di attività fisica adattata ai soggetti affetti da Sindrome metabolica, si assiste ad un aumento del numero di mitocondri nelle fibre muscolari rosse, alla neoformazione di capillari muscolari e un aumento del numero dei recettori GLUT-4 sulla superficie delle cellule muscolari (ricordiamo che i recettori GLUT-4 sono trasportatori del glucosio insulino dipendente. Quindi una maggiore espressione di questi recettori migliora la resistenza all’insulina stessa)

 

  • SISTEMA IMMUNITARIO: Migliora le risposte umorali e cellulari (LINFOCITI T). Inoltre si segnala una riduzione statistica dell’incidenza di cancro al colon e alla mammella , la riduzione delle fratture ossee. Inoltre la produzione di endorfine che segue l’attività fisica svolge un importante azione antidepressiva.

L’attività fisica ancora una volta si dimostra un tassello importantissimo nella prevenzione e nella lotta delle patologie metaboliche.

Renato D’Auria

RIFERIMENTI

DE FEO P, STOCCHI V. PHYSICAL ACTIVITY FOR THE TREATMENT AND PREVENTION OF METABOLIC SYNDROME. NUTRITION, METABOLISM AND CARDIOVASCULAR DISEASE. 2007;  PAG 327-331

DI LORETO C ET AL. MAKE YOUR DIABETICPATIENTS WALK; LONG-TERM IMPACT OF DIFFERENT AMOUNTS OF PHYSICAL ACTIVITY ON TYPE 2 DIABETES. DIABETES CARE 2005;  1524-1525

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/m/pubmed/25905173/?i=31&from=metabolic%20syndrome

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