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Il caffè “giusto”: quanta caffeina serve davvero per allenarti meglio?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 21 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

C’è un mito che gira da sempre in palestra, in pista e perfino nei bar prima delle gare: “Con un buon caffè vai più forte”. Solo che poi arriva la domanda vera, quella che separa la leggenda dalla pratica: quanto deve essere “buono”, quel caffè? E soprattutto quanta caffeina serve davvero per avere un effetto reale sulla performance, senza ritrovarti nervoso, con lo stomaco in rivolta o a fissare il soffitto alle tre di notte?


A questa domanda ha provato a rispondere in modo molto chiaro una review pubblicata nel 2014 su Sports Medicine da Lawrence L. Spriet (University of Guelph, Canada) dal titolo “Exercise and Sport Performance with Low Doses of Caffeine”, cioè “Esercizio fisico e performance sportiva con basse dosi di caffeina”.


Il punto di partenza è questo: per decenni la ricerca sulla caffeina nello sport si è concentrata su dosi medio-alte, parliamo di quantità che per una persona di 70 kg potevano arrivare a equivalere diverse tazze di caffè in poco tempo. Sì, in molti casi funzionavano, ma spesso si portavano dietro il “prezzo” classico: agitazione, disturbi gastrointestinali, difficoltà a concentrarsi, sonno disturbato, soprattutto in chi non è abituato. Spriet mette ordine proprio qui: mostra che esiste una zona molto più interessante e più “umana”, quella delle basse dosi, cioè circa 3 mg per kg di peso corporeo o meno, che per molti equivale a circa 200 mg di caffeina, spesso compatibili con uno o due caffè a seconda di tipo e quantità.


La cosa sorprendente non è solo che le basse dosi possano essere ergogeniche, cioè migliorare la prestazione in alcune situazioni sportive. La cosa sorprendente è il “come”. Spriet spiega che, a queste dosi, non ti aspetti la classica cascata di segnali periferici che molti associano alla caffeina: non è detto che aumentino in modo marcato frequenza cardiaca, catecolamine o altri parametri tipici che si vedevano più spesso con dosaggi più alti. Il messaggio è quasi elegante: con le basse dosi, la caffeina sembra lavorare soprattutto sulla testa. Migliora vigilanza, attenzione, umore, prontezza, e quindi la capacità di restare “sul pezzo” mentre il corpo inizia a stancarsi. Non è che i muscoli improvvisamente diventano più potenti per magia: è che tu riesci a usarli meglio perché il cervello è più lucido, meno disturbato dalla percezione della fatica e più pronto nel controllo del gesto.


Un passaggio molto interessante riguarda il tempismo. Nel mondo reale succede spesso una cosa: parti bene, poi dopo un’ora o più di sforzo la mente comincia a rallentare insieme alle gambe. Ed è proprio lì che, in diversi studi discussi nella review, piccole quantità di caffeina assunte nella parte finale di un esercizio prolungato hanno dato un vantaggio misurabile nelle prove “a cronometro”, quelle che assomigliano di più a una situazione di gara rispetto al classico “vai fino a sfinimento” in laboratorio. In alcuni casi bastavano dosi relativamente basse introdotte tardi, quando la fatica era già presente, e il miglioramento arrivava senza stravolgere i parametri fisiologici durante la parte iniziale dello sforzo. È come se, quando sei stanco, anche una lieve spinta sul sistema nervoso centrale fosse sufficiente per riaccendere la qualità della prestazione, soprattutto negli ultimi minuti, quelli in cui spesso si decide tutto.


Un altro elemento che Spriet mette sul tavolo, e che spesso viene ignorato nella chiacchiera da spogliatoio, è la variabilità individuale. Ci sono persone che con 150–200 mg diventano più concentrate e “pulite” nel gesto, e altre che con la stessa dose diventano solo più tese o più sensibili a effetti collaterali. E questa differenza non è un capriccio: dipende da abitudini, sensibilità personale, genetica del metabolismo della caffeina, contesto (sonno, stress, alimentazione), e anche dal tipo di sport. Per questo la conclusione pratica non è “prendila e basta”, ma “provala in allenamento, capisci come reagisci e poi decidi”.


Poi c’è la parte quasi “divertente” della review: la caffeina non è più solo caffè o capsule. Spriet descrive come negli ultimi anni la ricerca abbia iniziato a esplorare forme diverse di assunzione, comprese gomme da masticare, gel, barrette e altre soluzioni pensate per lo sport. La logica è semplice: alcune modalità possono rendere l’assorbimento più rapido o più pratico in gara, e quindi cambiare non tanto la quantità totale, quanto la tempestività dell’effetto. Se devi “accendere la luce” in un momento preciso, la forma con cui assumi la caffeina può fare la differenza, almeno in teoria e in certi contesti.

Alla fine, il quadro che esce è molto meno estremo di quanto si creda. Non serve trasformare la caffeina in un esperimento chimico, né pensare che “più è meglio”. L’idea più utile è questa: esiste una fascia di dosaggio relativamente bassa che, in molte persone e in molte situazioni, può dare un vantaggio reale soprattutto sul piano cognitivo, con meno probabilità di effetti collaterali. E quando capisci che il motore non è solo muscolo ma anche cervello, tutto torna: la performance non dipende solo da quanto sei forte, ma da quanto bene riesci a gestire fatica, attenzione, ritmo e decisioni mentre ti stanchi.


Quindi sì, a volte “un buon caffè” può aiutare davvero. Ma il trucco non è cercare lo shock, è trovare la misura: quella che ti rende più lucido, non più agitato. E come sempre nello sport, la regola d’oro è una: testalo in allenamento, ascolta la risposta del tuo corpo e costruisci la tua strategia, non quella di qualcun altro.

 
 
 

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