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La “parolaccia” come integratore: quando funziona, perché funziona e quando smette di funzionare

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 26 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

C’è un momento, durante uno sforzo intenso, in cui la parte razionale di noi si spegne un po’ e resta solo una cosa: resistere. È spesso lì che scappa l’esclamazione istintiva, quella che non metteresti mai in una lettera formale, ma che nella realtà viene fuori come un interruttore emotivo. E la domanda, a questo punto, non è più “si può dire?” ma “serve davvero a qualcosa?”. La cosa sorprendente è che la scienza, su questo, non si limita a sorridere: ha iniziato a misurare.


Da una parte c’è una mini-review recentissima che raccoglie ciò che sappiamo su parolacce e prestazione fisica: “Effect of swearing on physical performance: a mini-review” (in italiano: “Effetto del turpiloquio sulla performance fisica: una mini-revisione”), pubblicata nel 2024 su Frontiers in Psychology da Nicholas B. Washmuth, Richard Stephens e Christopher G. Ballmann. Dall’altra parte c’è uno studio “madre” che aiuta a capire il meccanismo e, soprattutto, il limite: “Swearing as a Response to Pain—Effect of Daily Swearing Frequency” (in italiano: “Dire parolacce come risposta al dolore: effetto della frequenza quotidiana di imprecazioni”), pubblicato nel 2011 su The Journal of Pain da Richard Stephens e Claudia Umland. Insieme raccontano una storia molto più interessante del semplice “sfogarsi”.


La mini-review del 2024 parte da questa idea: in diversi esperimenti, ripetere una parola tabù durante compiti brevi e intensi sembra migliorare la resa. Non stiamo parlando di maratone, ma di prove dove conta stringere, spingere, resistere pochi secondi o pochi minuti. Gli autori riassumono i primi studi chiave: per esempio, lavori in cui ai partecipanti veniva chiesto di scegliere una parolaccia “naturale”, quella che direbbero se sbattessero la testa o dessero una pedata contro uno spigolo, e poi di ripeterla a ritmo regolare mentre facevano test come la forza di presa o il Wingate (lo sprint massimale su cicloergometro). In quel contesto sono stati osservati incrementi medi di potenza e forza non enormi ma concreti, dell’ordine di qualche punto percentuale, e in altri compiti di resistenza locale (tipo tenute isometriche o ripetizioni a esaurimento) miglioramenti ancora più marcati. Il messaggio, raccontato semplice, è questo: la parola tabù non “aggiunge muscolo”, ma sembra aiutarti a tirar fuori un po’ più di quello che hai, proprio quando stai per mollare.


Fin qui, tutto bello. Ma perché succede? E soprattutto: succede sempre?

Qui entra in scena lo studio del 2011, che non parla direttamente di performance sportiva, ma di una cosa che nello sport pesa tantissimo: il dolore, o meglio la tolleranza al disagio. Stephens e Umland hanno usato un protocollo molto chiaro e ripetibile, il cold pressor test: i partecipanti dovevano tenere la mano immersa in acqua molto fredda (circa 5°C) il più a lungo possibile. In una condizione ripetevano una parolaccia scelta da loro, nell’altra ripetevano una parola neutra (tipo una parola qualunque, non emotiva), mantenendo ritmo e volume simili. Nel complesso, la maggioranza delle persone resisteva più a lungo quando bestemmiava/imprecava, e insieme si vedeva anche un aumento della frequenza cardiaca, come se il corpo entrasse in una modalità di attivazione più “combattiva”. Tradotto: non è solo distrazione; sembra una risposta emotiva e fisiologica che cambia il modo in cui vivi lo stimolo sgradevole.


E ora arriva il collegamento più importante tra i due studi: se la parolaccia funziona perché accende un’emozione e modifica la tolleranza al dolore o alla fatica, allora dovrebbe funzionare meglio quando quella parola è davvero “carica”, cioè quando non è una cosa che dici cento volte al giorno senza pensarci.

Ed è esattamente quello che il lavoro del 2011 ha trovato. Gli autori non si sono limitati a dire “funziona”, ma hanno aggiunto una variabile molto umana: “quante volte al giorno, più o meno, dici parolacce?”. E hanno visto un effetto di abitudine: più una persona riferiva di imprecare spesso nella vita quotidiana, meno guadagnava in tolleranza al dolore quando imprecava nel test rispetto a quando ripeteva la parola neutra. In pratica, se il cervello è abituato allo stimolo, lo sente meno “speciale”, e l’interruttore emotivo scatta con meno forza. È lo stesso principio per cui un profumo, dopo un po’, smetti di sentirlo: non è sparito, sei tu che ti sei adattato.


A questo punto la mini-review del 2024 diventa ancora più interessante, perché riprende proprio l’idea della possibile “abitudine” anche sul lato prestazione: gli studi mostrano benefici abbastanza coerenti, ma la domanda aperta è se, col tempo o con l’uso frequente, l’effetto ergogenico possa attenuarsi come succede con l’effetto sul dolore. Gli autori spiegano che i meccanismi plausibili sono più di uno e possono sommarsi: un po’ di attivazione del sistema nervoso (quella modalità “fight or flight”), un po’ di alterazione della percezione del dolore e del fastidio, e anche un aspetto psicologico che potremmo chiamare “disinibizione”, cioè meno freni, meno autocensura, più disponibilità a spingere davvero. Non è detto che uno solo di questi spieghi tutto; è più realistico che sia un mix, che cambia da persona a persona e da compito a compito.


Se mettiamo insieme i due lavori, viene fuori una conclusione pratica: la parolaccia può comportarsi come un micro-strumento di performance, ma proprio perché lavora attraverso emozione e percezione, non è un bonus “gratis” e infinito. Funziona meglio quando lo stimolo è ancora potente per te, quando la parola conserva quella carica un po’ proibita, un po’ liberatoria, capace di accendere il sistema. Se invece è diventata un rumore di fondo, è possibile che perda una parte della sua efficacia, almeno per quel tipo di vantaggio legato alla tolleranza del fastidio.


E poi c’è l’ultimo punto, quello del mondo reale. La mini-review del 2024 lo dice chiaramente: per quanto l’intervento sia a basso costo e potenzialmente utile, resta “tabù” e quindi non sempre utilizzabile, perché ci sono contesti in cui non è appropriato o è proprio vietato. Quindi il tema non diventa “diciamole tutti”, ma capire cosa ci insegnano questi studi sul rapporto tra mente, emozione e prestazione. Perché, in fondo, la lezione più grande è che la performance non è solo muscolo e tecnica: è anche come il cervello gestisce fatica, dolore, freni e motivazione, soprattutto quando lo sforzo è breve, intenso e ti chiede di andare oltre la soglia del “mi fermo”.


E forse è proprio questo il bello: a volte l’integratore più potente non è qualcosa che ingerisci, ma qualcosa che accende il sistema. Solo che, come tutte le cose che accendono, se lo tieni sempre acceso… prima o poi smette di fare effetto.

 
 
 

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