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Quando i farmaci non bastano: può l’allenamento abbassare la pressione ‘resistente’?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 25 dic 2025
  • Tempo di lettura: 6 min

Ci sono persone che arrivano in ambulatorio con una lista di farmaci lunga così: diuretico, calcio–antagonista, farmaco sul sistema renina–angiotensina, magari una quarta compressa aggiunta “per sicurezza”… e nonostante tutto la pressione resta alta. Non stiamo parlando della classica ipertensione “un po’ alta ogni tanto”, ma di quella forma più ostinata che i cardiologi chiamano ipertensione resistente: valori oltre i limiti nonostante almeno tre farmaci a dose piena, o pressione finalmente a target, ma solo grazie a quattro o più medicinali diversi.

È un quadro che spaventa, perché queste persone hanno un rischio più alto di infarto, ictus, problemi renali. E qui la domanda sorge spontanea: quando le pillole non bastano, ha senso parlare di palestra? Possiamo davvero permetterci di far fare sforzo a chi ha una pressione così alta, o rischiamo di peggiorare le cose?


Nel 2022 un gruppo di ricercatori guidato da Gonzalo Saco-Ledo, insieme a Pedro Valenzuela, Luis Ruilope e Alejandro Lucia, ha provato a rispondere proprio a questa domanda con un lavoro pubblicato su Frontiers in Cardiovascular Medicine dal titolo “Physical Exercise in Resistant Hypertension: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Controlled Trials”, che possiamo tradurre come: “Esercizio fisico nell’ipertensione resistente”.


Non si tratta di un singolo esperimento, ma di una revisione sistematica e di una meta-analisi: in pratica hanno passato al setaccio tutta la letteratura disponibile, selezionando solo gli studi clinici fatti bene, con persone assegnate in modo casuale a un programma di esercizio oppure a una condizione di controllo senza attività fisica strutturata. L’idea di fondo era molto semplice ma potentissima: se prendiamo solo pazienti con ipertensione resistente, quindi già in terapia farmacologica intensa, quanto può ancora fare il movimento sulla loro pressione?

Alla fine nel loro “imbuto” sono rimasti dieci studi, per un totale di 380 persone, circa metà donne, con età tra i 52 e i 67 anni. Alcuni lavori guardavano agli effetti di una singola seduta di esercizio, altri invece a programmi di allenamento portati avanti per settimane o mesi. Quattro studi analizzavano cosa succede alla pressione nelle ore successive a un allenamento isolato, sei studi valutavano gli effetti di un percorso di esercizio ripetuto nel tempo.


Le sedute acute comprendevano camminata veloce, cyclette, piccoli circuiti di forza a intensità moderata. Parliamo di dieci, trenta, quarantacinque minuti di attività, non di maratone. In tre studi su quattro, dopo un singolo allenamento si vedeva una riduzione della pressione nelle ore successive, fino a circa 24 ore. Non sempre calava la stessa misura, a volte scendeva soprattutto la pressione diastolica, quella “minima”, ma il segnale andava nella stessa direzione: il corpo risponde allo sforzo con una fase di “rilascio” in cui la pressione si abbassa.


La parte più interessante, però, riguarda l’allenamento regolare. Sei studi avevano inserito questi pazienti in programmi strutturati di esercizio per periodi che andavano da due settimane fino a sei mesi. Il formato tipico era tre sedute a settimana, da mezz’ora a un’ora, spesso con una combinazione di riscaldamento, parte centrale e defaticamento.


Il tipo di attività non era estremo: camminata su tapis roulant o su strada, cyclette, sedute in piscina con esercizi a corpo libero in acqua riscaldata, in alcuni casi un po’ di lavoro di forza con pesi leggeri o calisthenics. L’intensità era quasi sempre da leggera a moderata: frequenza cardiaca intorno al 50–70% della capacità massima, percezione dello sforzo descritta come “riesco ancora a parlare ma sto lavorando”. Non c’erano sprint all’ultimo respiro, né protocolli massacranti da atleta agonista.

In tre studi randomizzati, per un totale di 144 pazienti, c’erano dati abbastanza simili per mettere insieme i risultati e fare una vera meta-analisi sugli effetti dell’allenamento regolare sulla pressione misurata con un apparecchio portatile per 24 ore, il classico holter pressorio che registra sia il giorno sia la notte. Qui i numeri diventano molto concreti.


Dopo 8–12 settimane di allenamento, sempre tre sedute a settimana, la pressione sistolica nelle 24 ore, quella “massima”, scendeva in media di circa dieci millimetri di mercurio. Diastolica, la “minima”, giù di circa cinque punti. Di giorno il calo era ancora più marcato, con una riduzione di una dozzina di punti per la massima e di più di sette per la minima. Anche la notte la curva si abbassava, con valori leggermente più bassi ma comunque significativi.


Ora, detta così può sembrare un gioco di numeri, ma va messo in prospettiva. In prevenzione cardiovascolare sappiamo che riduzioni di uno, due millimetri di mercurio di pressione, mantenute nel tempo, sono già associate a una diminuzione del rischio di infarto e ictus nella popolazione generale. Qui stiamo parlando di cali cinque, sei, dieci volte più grandi, in persone ad altissimo rischio, già trattate con tre o più farmaci. È come se l’esercizio riuscisse ad aggiungere, da solo, un effetto confrontabile con quello di un’ulteriore terapia farmacologica, ma senza gli effetti collaterali tipici delle pillole.

C’è anche un altro dettaglio interessante: in alcuni studi l’allenamento veniva fatto in acqua calda, con esercizi di camminata e di resistenza dentro una piscina riscaldata intorno ai 30–32 gradi. L’acqua calda dilata i vasi sanguigni e riduce il peso del corpo sulle articolazioni, rendendo l’attività più tollerabile per chi ha dolore o problemi di mobilità. In queste condizioni l’effetto “ipotensivo”, cioè di abbassamento della pressione, sembrava ancora più marcato, probabilmente per la combinazione di immersione, calore e movimento.


Un aspetto che spesso preoccupa chi pensa di far fare attività fisica a pazienti così delicati è la sicurezza. In questi studi, però, l’aderenza era alta — spesso tra l’89 e il 100% delle sedute programmate — e non sono stati riportati eventi avversi seri legati all’esercizio: niente picchi di pressione fuori controllo, niente cali drammatici o incidenti importanti durante le sedute. Ovviamente si tratta di programmi supervisionati, con monitoraggio, valutazione iniziale e progressione graduale. Ma il messaggio è chiaro: in un contesto controllato, l’allenamento non solo è efficace, è anche sicuro.


Perché proprio i pazienti con ipertensione resistente sembrano beneficiare così tanto? Gli autori ricordano un concetto noto in fisiologia, a volte chiamato principio di Wilder: chi parte con valori più “sballati” tende a mostrare adattamenti più evidenti. Se la tua pressione è già quasi normale, ci sono pochi margini per scendere ancora. Se parti da valori molto alti, ogni miglioramento nel funzionamento dei vasi, nel sistema nervoso che regola la pressione, nella capacità del cuore di pompare con meno resistenza può tradursi in cali numericamente importanti.


Naturalmente non è tutto rose e fiori. Gli stessi autori sono molto onesti sui limiti di quello che hanno trovato. Il numero di studi è ancora piccolo, spesso con pochi partecipanti; i protocolli sono diversi tra loro per tipo di esercizio, durata, ambiente; a volte insieme all’allenamento venivano proposte anche modifiche dello stile di vita o della dieta, rendendo più difficile isolare il ruolo del movimento. Mancano studi lunghi oltre i sei mesi, e non sappiamo ancora con certezza quale combinazione di intensità, durata e tipo di esercizio sia “la migliore” per questo tipo di pazienti.


C’è poi una domanda molto pratica che resta aperta: se inseriamo l’allenamento in modo sistematico nella vita di una persona con ipertensione resistente, possiamo ridurre nel tempo il numero o il dosaggio dei farmaci? È una possibilità affascinante, perché sappiamo che nei pazienti con ipertensione resistente avere meno farmaci, a parità di controllo pressorio, si associa a una mortalità più bassa. Ma per rispondere davvero servono studi pensati apposta per testare questa ipotesi.


Nonostante questi limiti, il quadro che emerge è già forte: anche quando la pressione sembra “non muoversi” più con le pillole, il corpo continua a rispondere all’esercizio. Un programma di 8–12 settimane, tre sedute a settimana di camminata, cyclette, esercizi in acqua e un po’ di rinforzo muscolare leggero è in grado di abbassare la pressione nelle 24 ore in modo clinicamente rilevante, proprio in quella fascia di pazienti che ha più da perdere in termini di rischio cardiovascolare.


Per chi lavora nel mondo dell’esercizio fisico, questo studio è un promemoria importante: in alcuni casi l’allenamento non è solo “benessere”, non è solo perdere peso o migliorare l’estetica, ma è letteralmente una terapia aggiuntiva accanto alle altre. Non sostituisce i farmaci, non li rende improvvisamente inutili, ma può diventare un pilastro della gestione di una condizione che, solo con le pillole, è spesso difficile da domare.


Per il paziente, il messaggio è duplice. Da un lato, non bisogna mai improvvisare: se hai una diagnosi di ipertensione resistente, il primo passo è sempre parlare con il cardiologo o lo specialista che ti segue, fare gli esami necessari, rivedere la terapia, e solo dopo costruire un programma di movimento su misura. Dall’altro, sapere che il tuo corpo può ancora rispondere all’allenamento, anche quando sembrano aver parlato già tutte le medicine possibili, può essere una motivazione in più per non arrendersi a un ruolo puramente “passivo” nella gestione della malattia.


 
 
 

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