Quando l’allenamento è troppo: la sindrome “fantasma” che tutti nominano ma che nessuno riesce a dimostrare
- Alessandro Docali
- 21 dic 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Hai mai avuto quella stanchezza strana che non passa, anche se fai tutto “come si deve”? Ti alleni, dormi, provi a recuperare, ma ogni seduta sembra più pesante della precedente, la motivazione si sbriciola e cominci a porti la domanda più scomoda di tutte: “Sto esagerando?”. È un dubbio comune, quasi inevitabile per chi si allena con costanza, e proprio per questo ci aspetteremmo che la scienza avesse già messo dei paletti chiari, con segnali misurabili e criteri solidi. Invece, quando si entra nel territorio del sovrallenamento vero, quello che tutti temono, succede una cosa sorprendente: la certezza si trasforma in nebbia.
A fare luce su questa nebbia ci prova una revisione sistematica del 2022 pubblicata sull’International Journal of Sports Physiology and Performance: “Overtraining Syndrome Symptoms and Diagnosis in Athletes: Where Is the Research? A Systematic Review”, in italiano “Sintomi e diagnosi della sindrome da sovrallenamento negli atleti: dove sono le prove scientifiche?”, firmata da Jonathon Weakley, Shona L. Halson e Iñigo Mujika. E qui arriva subito il colpo di scena: dopo aver setacciato la letteratura scientifica disponibile, gli autori non trovano “pochi studi buoni”, né “studi contrastanti”. Trovano zero studi che rispettino i criteri minimi per dire, con rigore, “questa è davvero sindrome da sovrallenamento”. Zero.
Sembra impossibile, perché se cerchi “overtraining” trovi montagne di articoli. Il punto, però, è un altro: non basta parlare di sovrallenamento, bisogna dimostrarlo come evento misurabile e riconoscibile, distinguendolo dalla normale fatica dell’allenamento e da quelle fasi “toste” ma utili in cui ti spingi oltre per poi supercompensare. È la differenza tra dire “sono a pezzi da due settimane” e dimostrare che c’è un crollo prestativo persistente, oggettivo, e accompagnato da un quadro psicologico coerente.
La revisione è costruita con un approccio molto rigoroso: gli autori seguono le linee guida PRISMA, cercano nelle principali banche dati (SPORTDiscus, Web of Science, Scopus e MEDLINE) in due momenti distinti del 2021 (giugno e dicembre), usano una stringa di ricerca ampia che include termini come overtrain, overreach e staleness, importano tutto in un reference manager e registrano anche un protocollo su Open Science Framework, proprio per rendere trasparente il processo. Poi però alzano l’asticella in modo netto con i criteri di inclusione, e lo fanno per un motivo semplice: se la definizione stessa della sindrome parla di un calo di performance che persiste per settimane o mesi insieme a disturbi dell’umore, allora uno studio deve poter mostrare quei passaggi in modo oggettivo, non “a sensazione”.
E infatti chiedono sei cose precise: studi su adulti, originali, pubblicati su riviste peer-reviewed, con dati oggettivi di performance prima dell’insorgenza del sospetto sovrallenamento, con una soppressione della performance documentata per più di quattro settimane, e con sintomi psicologici misurati con strumenti validati, non con una domanda buttata lì o un ricordo a posteriori. L’idea di fondo è chiarissima: se vogliamo capire davvero come nasce e come si manifesta la sindrome, dobbiamo vedere la transizione da “atleta sano” ad “atleta in crisi”, e dobbiamo poterla misurare.
I numeri iniziali, infatti, sono enormi: 768 studi trovati dalla ricerca sistematica, più altri 10 pescati a mano dalle bibliografie. Tolti i duplicati, restano centinaia di lavori. Ma quando si arriva al dunque, dopo lo screening e la lettura completa, accade quello che nessuno si aspetta: dei 42 articoli valutati nel dettaglio, nessuno soddisfa i criteri. In molti scrivono che la performance “è calata”, ma non mostrano quanto, per quanto tempo, o rispetto a un vero valore di partenza misurato in condizioni di “salute”. In altri casi si accenna a cambiamenti psicologici, ma senza supportarli con questionari validati o misure oggettive. Risultato: una letteratura enorme, ma una base scientifica insufficiente per descrivere con precisione come la sindrome da sovrallenamento si presenti davvero negli atleti.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: com’è possibile che un fenomeno così discusso sia così difficile da dimostrare? Gli autori indicano tre grandi blocchi che, messi insieme, spiegano bene il paradosso. Il primo è etico: nessun ricercatore può “spingere” deliberatamente un atleta fino a farlo collassare per osservare cosa succede dopo, perché sarebbe inaccettabile e potenzialmente dannoso. Il secondo è pratico: per documentare davvero la sindrome servirebbero mesi, spesso anni, di monitoraggio continuo, con test di performance ripetuti, valutazioni psicologiche regolari e un controllo serio di tutto ciò che può confondere i risultati. Il terzo è concettuale: la terminologia è storicamente confusa e spesso si usa “overtraining” come parola-ombrello per cose molto diverse tra loro, compreso l’overreaching, che in realtà può essere una strategia programmata e temporanea, non una condizione patologica e cronica.
Qui entra in scena un aspetto che, nel lavoro, è quasi una chiamata all’ordine per chi fa divulgazione e per chi allena: se non misuriamo bene, rischiamo di etichettare come “sovrallenamento” qualsiasi periodo di calo, quando invece quel calo potrebbe dipendere da mille altri fattori. Gli autori lo dicono in modo netto: non è solo questione di carico di allenamento, perché contano anche stress esterni, sonno, alimentazione, salute mentale, e perfino condizioni mediche o carenze che possono mascherarsi da “overtraining”. In questo senso, viene citata anche l’idea che un termine più onesto potrebbe essere “unexplained underperformance syndrome”, cioè sindrome da calo di prestazione non spiegato, proprio perché molte volte la causa non è semplicemente “ti sei allenato troppo”, ma “il sistema intero non sta reggendo”.
Ironia della sorte: gli atleti d’élite, quelli che teoricamente sarebbero più a rischio perché si allenano tantissimo, sono anche i più difficili da studiare. Sono pochi, sono seguiti da staff che intervengono prima che si arrivi al punto di rottura, e spesso l’obiettivo operativo è prevenire il disastro, non documentarlo. Per questo molti dati disponibili arrivano da piccoli gruppi, a volte dagli stessi cohort ripresi più volte, o addirittura da singoli casi: utile per intuire, insufficiente per costruire criteri diagnostici robusti.
La conclusione della revisione, quindi, è tanto semplice quanto destabilizzante: nonostante decenni di discussioni e pubblicazioni, manca ancora una base di prove di qualità sufficiente per descrivere in modo oggettivo i cambiamenti fisici e psicologici che accompagnano la vera sindrome da sovrallenamento, così come viene definita. E la conseguenza pratica è chiara: se vediamo un calo di prestazione di breve periodo, anche marcato, dovremmo resistere alla tentazione di “diagnosticare” sovrallenamento senza verifiche, perché la diagnosi, per definizione, richiede tempo e conferme.
Quello che rimane, però, è un messaggio molto utile: la fatica non è sempre un nemico, ma diventa un problema quando smette di essere transitoria e comincia a “incollarsi” addosso, quando il calo prestativo non rientra e quando insieme arrivano cambiamenti dell’umore che non sono la normale frustrazione di una giornata storta. Gli autori propongono anche un’idea concreta per migliorare la ricerca e, indirettamente, la pratica sul campo: costruire monitoraggi prospettici semplici ma regolari, con una linea di base quando l’atleta sta bene, una misurazione quando emerge il sospetto, e una verifica almeno quattro settimane dopo, affiancando strumenti psicologici validati. Solo così, col tempo, potremo trasformare un concetto molto evocativo in qualcosa di davvero misurabile.
E forse la lezione più importante, per chi si allena e per chi programma allenamenti, è questa: non è solo quanto stimolo metti dentro a decidere il risultato, ma quanto recupero riesci a costruire intorno a quello stimolo. Perché l’allenamento, alla fine, non è “fare fatica”. È fare fatica in un modo che ti permetta di adattarti. E se l’adattamento non arriva, non stai diventando più forte: stai solo scavando una buca, giorno dopo giorno, sperando che prima o poi diventi una scala.

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