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Quando l’allenamento non ti “chiama”: il vero nemico spesso è la mancanza di stimoli

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 19 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Quante volte ti sei detto: “Da lunedì riparto”, e poi quel lunedì è rimasto lì, come una promessa parcheggiata tra un impegno e l’altro? Di solito ci raccontiamo che è pigrizia, che “non abbiamo forza di volontà”. Ma se guardi bene cosa succede davvero, spesso il problema non è che non vuoi allenarti: è che l’allenamento, così com’è impostato, non ti dà nessun motivo reale per partire. Non ti accende. Non ti stimola. Non ti ricompensa. E senza stimoli, il cervello fa quello che fa sempre: sceglie la strada più facile, quella che richiede meno energia mentale.


Questa dinamica emerge in modo molto chiaro in uno studio del 2022 pubblicato su Spinal Cord Series and Cases da Cindy Tiu, Christa Ochoa e Katherine Froehlich-Grobe, intitolato “Qualitative analysis of perceived motivators and barriers to exercise in individuals with spinal cord injury enrolled in an exercise study”, che in italiano possiamo rendere come “Analisi qualitativa dei motivatori percepiti e delle barriere all’esercizio fisico in persone con lesione del midollo spinale arruolate in uno studio sull’esercizio”.


Lo hanno condotto su 144 adulti con lesione midollare coinvolti in un programma online di esercizio adattato. La cosa interessante non è solo “chi” fossero i partecipanti, ma “come” hanno raccolto le informazioni: invece di limitarsi a numeri e test fisici, le ricercatrici hanno chiesto alle persone di raccontare, con risposte aperte, cosa le spingeva ad allenarsi e cosa invece le bloccava. Poi hanno analizzato quelle risposte con un metodo qualitativo (una content analysis/analisi tematica), raggruppando i contenuti in temi ricorrenti, cioè nelle vere storie che stanno dietro alle scelte quotidiane.


E qui arriva la parte che ci riguarda tutti, anche se non abbiamo una lesione spinale. Perché quando leggi che circa il 31% dei partecipanti indica la mancanza di motivazione come barriera, non stai leggendo “non ho voglia” in senso moralistico. Stai leggendo qualcosa di più preciso: “non trovo lo stimolo per iniziare e continuare”. La motivazione, nella vita reale, raramente è un fulmine. È più simile a un circuito: se non ricevi feedback, se non percepisci progressi, se l’esperienza è monotona o troppo confusa, il circuito non si chiude. E quando il circuito non si chiude, l’allenamento resta un dovere astratto, non un’azione che il cervello considera “utile adesso”.

Molti lo vivono così: sai che ti farebbe bene, lo capisci razionalmente, ma non senti quella spinta pratica che ti porta a infilarti le scarpe. È il classico scarto tra “so” e “faccio”. Ed è proprio qui che la mancanza di stimoli diventa potente: se l’allenamento non offre gratificazioni vicine nel tempo, se non ha una struttura chiara, se non è agganciato a qualcosa di emotivamente significativo, la mente lo classifica come un’attività ad alto costo e basso rendimento immediato. Non è una scusa: è il modo in cui funzioniamo.


Nel lavoro delle autrici, questa idea torna anche quando le persone descrivono cosa potrebbe aiutarle. Tra le strategie riportate c’è un concetto che, detto in modo semplice, suona così: “Devo renderlo più coinvolgente”. Alcuni parlano di divertimento, altri di supporto sociale, altri ancora di un programma più chiaro e adattabile. A livello pratico, sono tutte varianti dello stesso principio: lo stimolo non è un dettaglio estetico, è il carburante dell’aderenza. Se l’attività è piatta, se ogni seduta sembra uguale alla precedente, se non sai bene cosa fare o se ti sembra sempre troppo difficile, è normale che la mente inizi a rimandare.


E qui entra un punto spesso sottovalutato: la mancanza di stimoli non nasce solo “dentro” di noi. Nasce anche dall’ambiente. Nello studio compaiono barriere legate all’accessibilità e alla logistica, che nel caso della disabilità sono evidenti e concrete, ma il meccanismo è identico anche per chi vive una vita “normale”: se la palestra è scomoda, se l’attrezzatura è complicata, se lo spazio non è invitante, se devi superare troppi attriti per iniziare, la probabilità che tu scelga il divano aumenta. Il cervello è un grande ottimizzatore: se partire richiede troppe micro-decisioni, la motivazione si spegne prima ancora di nascere.


La parte più utile, allora, non è colpevolizzarsi, ma cambiare il modo in cui si costruisce lo stimolo. Per molte persone lo stimolo arriva quando l’allenamento smette di essere vago e diventa “visibile”: un orario preciso, un compito chiaro, un obiettivo realistico, qualcosa che ti faccia dire “so esattamente cosa devo fare oggi”. Altre volte arriva quando l’esperienza diventa più “umana”: qualcuno con cui farlo, anche online, una piccola responsabilità sociale, un contesto che non giudica ma sostiene. E spesso arriva quando l’allenamento diventa più “giocabile”: musica, sfide personali, varietà intelligente, una progressione che ti faccia sentire competente invece che sempre in difetto. Non stiamo parlando di trucchi: stiamo parlando di progettare gratificazioni e feedback in modo che il cervello abbia un motivo per presentarsi all’appuntamento.


Ricorda che la costanza non è un atto di eroismo ripetuto ogni settimana: è un sistema di stimoli ben costruito. Quando lo stimolo manca, l’allenamento resta un’idea; quando lo stimolo c’è, l’allenamento diventa un’abitudine. E la differenza tra “iniziare” e “continuare” non è quasi mai la disciplina pura: è quanto l’esperienza è sostenibile, gratificante e compatibile con la tua vita reale.

 
 
 

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