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Addominali “sicuri” per la schiena: cosa succede davvero alla zona lombare quando fai crunch, sit-up e leg raises?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 14 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Nel lavoro scientifico “Low back loads over a variety of abdominal exercises: searching for the safest abdominal challenge”, che possiamo tradurre come “Carichi sulla zona lombare in diversi esercizi per gli addominali: alla ricerca della sfida addominale più sicura”, Craig T. Axler e Stuart M. McGill hanno affrontato una domanda molto concreta: è possibile scegliere esercizi addominali che stimolino in modo efficace la muscolatura del tronco senza “pagare” un prezzo eccessivo in termini di carico meccanico sulla colonna lombare?


Lo studio è stato pubblicato nel 1997 su Medicine & Science in Sports & Exercise (vol. 29, pp. 804–811) e nasce da un’osservazione semplice ma spesso trascurata: molte varianti “classiche” per l’addome vengono prescritte sia nei programmi fitness sia nei contesti di prevenzione e riabilitazione del mal di schiena, ma non tutte producono lo stesso profilo di sollecitazione sulla colonna, e un esercizio che “brucia” molto non è automaticamente un esercizio “intelligente” dal punto di vista biomeccanico.


Per rispondere in modo quantitativo, Axler e McGill hanno coinvolto nove uomini giovani e allenati e li hanno fatti eseguire, in condizioni standardizzate, una batteria di dodici compiti motori tipici dell’allenamento del core: sit-up a gambe tese e sit-up a ginocchia flesse, curl-up in stile CSTF con piedi fissati e con piedi liberi, quarter sit-up, sollevamenti delle gambe in posizione supina con gambe tese e con ginocchia flesse, curl-up “cross-knee” dinamico e statico, hanging straight-leg raise e hanging bent-leg raise alla sbarra, oltre a un supporto laterale isometrico (il classico side bridge/side plank). Il punto chiave della loro metodologia non è stato limitarsi a dire “questo esercizio attiva di più”, ma stimare contemporaneamente quanto lavoro neuromuscolare veniva richiesto e quale fosse il “costo” sulla colonna, concentrandosi in particolare sul livello L4/L5, un distretto spesso coinvolto nelle problematiche lombari. In pratica, combinando misure elettromiografiche (per avere un’indicazione dell’impegno relativo di specifici gruppi muscolari del tronco) e un modello biomeccanico per stimare i carichi interni, gli autori hanno quantificato la compressione lombare e, parallelamente, hanno costruito indici di “sfida muscolare” rapportati a quel carico, cioè una metrica che premia gli esercizi capaci di generare una buona attivazione a fronte di una compressione relativamente più contenuta. È qui che lo studio diventa utile per chi si allena: i dati mostrano chiaramente che alcune scelte tradizionali possono portare a compressioni elevate senza offrire, in proporzione, un vantaggio equivalente in termini di stimolo mirato e “pulito” sull’addome. Il sit-up a gambe tese, ad esempio, risulta tra le condizioni con compressione più alta a L4/L5, con picchi che nel tracciato arrivano nell’ordine di alcune migliaia di Newton (la curva supera i 3000 N durante il ciclo), e nel confronto globale dei compiti si colloca nella fascia più “costosa” per la colonna; anche alcune varianti con componenti statiche o con leve sfavorevoli tendono a produrre un rapporto meno efficiente tra beneficio (sfida muscolare) e costo (compressione). Al contrario, quando l’obiettivo diventa trovare la “sfida addominale più sicura” nel senso definito dagli autori, emergono soluzioni che molti praticanti considerano “più facili” solo perché non prevedono grandi escursioni, ma che in realtà possono essere più razionali: le varianti di curl-up CSTF, sia con piedi liberi sia con piedi ancorati, e il curl-up cross-knee dinamico rientrano tra quelle con un rapporto sfida/compressione elevato, quindi interessanti quando si vuole allenare il controllo del tronco riducendo il carico compressivo relativo; inoltre, il supporto laterale isometrico viene indicato come particolarmente valido se l’idea è enfatizzare gli obliqui, perché consente di creare una richiesta significativa di stabilizzazione laterale e anti-rotazionale senza inseguire a tutti i costi movimenti che aumentano la compressione lombare.


La lettura più pratica del lavoro, infatti, non è “esiste un esercizio perfetto per tutti”, perché lo studio stesso suggerisce che non c’è un singolo compito che alleni in modo ottimale ogni porzione della muscolatura addominale con il minimo carico possibile, ma piuttosto che la selezione dovrebbe dipendere dall’obiettivo e dalla tolleranza individuale: se cerchi soprattutto un’enfasi sul retto dell’addome, alcune varianti a escursione ridotta come il quarter sit-up tendono a indirizzare maggiormente quel distretto; se vuoi enfatizzare gli obliqui e la funzione di stabilizzazione del core, il lavoro isometrico laterale ha una logica biomeccanica chiara; se invece vuoi una sfida globale del tronco cercando un compromesso più favorevole tra stimolo e carico, le varianti di curl-up “controllate” e il cross-knee dinamico risultano più interessanti del sit-up completo tradizionale.


Nello schema riassuntivo proposto dagli autori, alcune condizioni vengono persino collocate nella zona “non raccomandate” all’interno del loro criterio specifico, cioè esercizi che, pur diffusi nelle palestre, tendono a offrire un profilo meno efficiente in rapporto alla compressione generata, come certi sollevamenti delle gambe in posizione supina, il cross-knee statico e alcune varianti appese con ginocchia flesse, mentre i sit-up classici vengono interpretati come “alta sfida muscolare ma anche compressione più alta”, quindi potenzialmente sensati solo in contesti in cui quel costo è accettabile e la persona è robusta, ben condizionata e senza una storia di sensibilità lombare.


La conclusione più importante, e spesso la più utile per un lettore non tecnico, è che “sentire tanto” non equivale a “fare bene”, perché la biomeccanica del tronco è un gioco di leve, momenti e co-contrazioni: più aumenti bracci di leva e richieste di controllo, più il sistema tende a generare forze interne elevate, e la colonna può ritrovarsi a gestire compressioni importanti anche quando l’esercizio sembra “solo addominali”. Detto questo, è fondamentale interpretare correttamente lo studio di Axler e McGill: i partecipanti erano giovani e sani, il risultato principale è un profilo meccanico e non un tasso di infortunio, e la “sicurezza” è definita operativamente come migliore rapporto tra attivazione e compressione stimata a L4/L5, non come garanzia assoluta; tuttavia, proprio perché sposta la discussione dal gusto personale ai numeri, questo lavoro resta un riferimento solido per ragionare in modo più adulto sull’allenamento dell’addome: scegliere esercizi che rispettino la colonna non significa rinunciare alla sfida, ma costruirla con criteri più intelligenti, sapendo quando serve movimento e quando serve controllo, e soprattutto ricordando che il core non è solo “fare ripetizioni”, ma gestire forze.

 
 
 

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