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Allenarsi al freddo: follia o scorciatoia per stare meglio?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 19 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Hai presente quelle persone che in pieno inverno escono comunque, con il fiato che diventa vapore e la faccia che dice “sì, lo so che fa freddo”? Di solito le guardiamo con un misto di ammirazione e sospetto, come se stessero facendo qualcosa di eroico o leggermente insensato. E invece la domanda giusta è un’altra: allenarsi all’aperto d’inverno è solo una prova di carattere… o può davvero lasciare benefici misurabili sul corpo e sulla forma fisica?


A dare una risposta concreta ci ha provato una ricerca polacca pubblicata nel 2023 sulla rivista Healthcare (MDPI) da Monika Stanaszek, Jarosław Fugiel, Sławomir Kozieł, Anna Sebastjan, Agnieszka Suder e Zofia Ignasiak: “Effect of Winter Outdoor Physical Activity on Body Composition and Motor Performance of Polish Adult Men”, che in italiano possiamo tradurre come “Effetto dell’attività fisica all’aperto in inverno sulla composizione corporea e sulla performance motoria negli uomini adulti polacchi”.

L’idea, in fondo, è molto semplice e molto “da vita reale”: l’inverno è la stagione in cui tante persone rallentano, escono meno, si muovono meno, e spesso si ritrovano a primavera un po’ più rigide, un po’ più stanche e con qualche centimetro in più dove non lo vorrebbero. Quindi i ricercatori hanno fatto una cosa lineare: hanno osservato cosa succede quando, invece, qualcuno decide di non spegnersi nei mesi freddi e continua a fare sport all’aperto con costanza.


Per quattro mesi, da dicembre ad aprile, hanno seguito due gruppi di uomini tra i 40 e i 60 anni che vivevano in un’area montuosa della Polonia, dove il freddo non è una metafora ma un dato di fatto. Da una parte c’era un gruppo “attivo” (31 persone) che praticava regolarmente attività outdoor 3–5 volte a settimana, con sedute da circa 1 a 1,5 ore: sci di fondo, sci alpino, skitouring, corsa campestre, ciclismo. Dall’altra c’era un gruppo di controllo (22 uomini) che, nello stesso periodo, conduceva uno stile di vita sostanzialmente sedentario. La cosa importante è che le misurazioni sono state fatte due volte, all’inizio e alla fine dell’inverno, quindi non stiamo parlando di impressioni, ma di un “prima e dopo” che permette un confronto chiaro.


E cosa hanno misurato, concretamente? Non solo il peso, perché quello da solo racconta poco. Hanno misurato anche circonferenza vita e fianchi, indici legati alla distribuzione del grasso (quindi a quel tipo di “pancetta” più associata a rischio cardiometabolico), e la composizione corporea tramite bioimpedenziometria, distinguendo tra massa muscolare e massa grassa. Poi hanno valutato la “forma” con alcuni test semplici ma molto indicativi: flessibilità (il classico “quanto arrivi a toccare in avanti”), rapidità dei movimenti delle braccia, forza di presa della mano, forza del tronco con i sit-up e resistenza cardiorespiratoria con un test di corsa a navetta progressiva. In pratica: non solo “come sei fatto”, ma anche “come ti muovi”.


Dopo quattro mesi, il quadro è stato piuttosto netto. Nel gruppo che si allenava all’aperto d’inverno il peso medio è sceso di circa 0,67 kg, mentre nel gruppo sedentario è salito leggermente. Ma il dato più interessante non è il chilo scarso: è quello che succede intorno alla vita e alla composizione corporea. Gli uomini attivi hanno ridotto la circonferenza vita e alcuni indicatori di obesità addominale, e hanno mostrato una diminuzione della massa grassa (in media circa 1,4 punti percentuali) insieme a un aumento della massa muscolare scheletrica in percentuale. Nel gruppo sedentario, invece, la tendenza generale è stata opposta: circonferenze che peggiorano e una composizione corporea che non “premia”.


E poi ci sono i test fisici, quelli che nella vita quotidiana si traducono in sensazioni molto concrete: sentirsi più sciolti, meno “legati”, più reattivi. Nel gruppo attivo sono migliorati la flessibilità e la rapidità dei movimenti degli arti superiori, è aumentata la forza di presa, sono cresciute le prestazioni nei sit-up e, soprattutto, è migliorata la resistenza cardiorespiratoria nel test progressivo. Nel gruppo sedentario, al contrario, diversi risultati sono peggiorati nel corso dell’inverno, come se la stagione fredda avesse agito da acceleratore della perdita di efficienza quando il movimento viene messo in pausa.

A questo punto viene spontaneo chiedersi: “Ma il freddo, di per sé, c’entra qualcosa?”. Gli autori ricordano un concetto intuitivo: quando ti muovi a basse temperature il corpo deve lavorare di più per mantenere la temperatura interna, e questo può aumentare il dispendio energetico complessivo. Inoltre, l’attività fisica in inverno viene spesso descritta come un modo per contrastare la tendenza stagionale a muoversi meno, con un impatto positivo anche su tono generale e benessere percepito. Detto in modo semplice: non è che il gelo sia magico, è che costringe il corpo a “restare acceso” e, soprattutto, impedisce a molte persone di spegnere completamente l’abitudine al movimento per mesi.


Naturalmente, questo non significa “uscite tutti in canottiera sulla neve”. La prudenza resta fondamentale, soprattutto per chi ha patologie cardiovascolari o respiratorie o per chi non è abituato: come sempre, contano progressione, abbigliamento adeguato e buonsenso. Però il messaggio che questa ricerca lascia è piuttosto rassicurante: l’inverno non è una stagione in cui la forma fisica deve per forza peggiorare. Se continui a muoverti con regolarità all’aperto, anche quando fa freddo, il corpo tende a rispondere bene, e i benefici non restano “un’idea motivazionale”: si vedono nella composizione corporea e nei test di efficienza motoria.

Quindi la prossima volta che vedi qualcuno correre nel gelo, magari non sta facendo il pazzo. Magari sta solo scegliendo di non mettere in pausa la propria salute per quattro mesi. Perché il freddo passa. E, se ti muovi con criterio, spesso i benefici restano.

 
 
 

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