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DOMS: perché il dolore arriva “dopo” e cosa funziona davvero per gestirlo

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 15 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Nel lavoro “Delayed onset muscle soreness (DOMS) management: present state of the art”, tradotto come “Gestione dei DOMS: stato dell’arte”, Valentina Contrò, Esamuela Pieretta Mancuso e Patrizia Proia (2016), pubblicato su Trends in Sport Sciences, gli autori non raccontano un singolo esperimento ma fanno una invited review: in pratica raccolgono e mettono in ordine criticamente gli studi disponibili su che cosa sia il DOMS e su quali interventi abbiano senso, con l’obiettivo molto concreto di capire cosa può aiutare davvero quando, uno o due giorni dopo un allenamento nuovo o ricco di eccentriche, inizi a comparire quel dolore sordo e quella rigidità che ti fanno dire “ok, oggi le scale le pago tutte”.


Il punto di partenza è quasi una correzione culturale: il DOMS non è “acido lattico rimasto nei muscoli”, perché il lattato sale durante lo sforzo intenso ma torna alla normalità molto prima che il dolore raggiunga il picco, che di solito arriva tra le 24 e le 48 ore; quello che stai sentendo è più probabilmente il risultato di una catena di eventi che coinvolge stress meccanico, micro-alterazioni del tessuto e una risposta infiammatoria e nervosa, e infatti la letteratura non converge su un’unica causa semplice, ma su più meccanismi che possono sommare i loro effetti.


La review insiste anche su una cosa che spesso sorprende: i sintomi non sempre vanno “tutti insieme” e in modo proporzionale, perché puoi avere molta rigidità e poca perdita di forza, oppure il contrario, e soprattutto l’intensità del dolore percepito non è una misura affidabile del danno reale; in altre parole, sentire tanto non significa automaticamente esserti “distrutto”, e viceversa alcune persone possono fare un lavoro eccentrico pesante e riferire poco dolore. Quando poi si entra nel tema che interessa di più chi si allena, cioè “cosa faccio adesso?”, il messaggio è che esistono molte strategie proposte, ma poche sono davvero convincenti in modo costante, e molte funzionano meno di quanto la tradizione della palestra racconti. Lo stretching, per esempio, viene ridimensionato in modo netto: per anni è stato venduto come scudo anti-DOMS, ma le evidenze non mostrano un effetto reale, né fatto prima né dopo l’allenamento. Anche l’idea del farmaco “tappo” ha luci e ombre: gli anti-infiammatori possono dare sollievo in alcuni contesti, ma i risultati sono contrastanti e, soprattutto, non sono privi di effetti collaterali e potrebbero interferire con alcuni processi di recupero e adattamento, quindi non sono una soluzione “pulita” e automatica.


Sul fronte freddo e immersioni, il quadro è simile: alcuni lavori e revisioni mostrano miglioramenti dei sintomi, altri no, e l’effetto sembra dipendere molto da come lo fai e da chi lo fa; in parallelo, c’è l’idea più interessante (e meno spettacolare) che talvolta un recupero attivo ben dosato, come una breve attività aerobica a intensità moderata dopo un lavoro eccentrico, possa attenuare la comparsa o la percezione del DOMS meglio del “non fare nulla”.


Sul capitolo alimentazione e integratori il tono resta cauto: vengono citati studi su aminoacidi ramificati e su alcune sostanze (come taurina, citrullina malato, N-acetilcisteina, glutammina) con risultati promettenti in certi protocolli, ma non abbastanza solidi da trasformarli in una ricetta universale, mentre per gli antiossidanti in generale gli autori ricordano un concetto utile: l’infiammazione e lo stress ossidativo non sono solo “nemici”, fanno anche parte dei segnali con cui il corpo si adatta, quindi spegnerli a tutti i costi può non essere sempre una buona idea; più “quotidiani” e interessanti, invece, sono i dati su alcune scelte post-allenamento come latte o bevande a base latte, e perfino caffeina in dosi realistiche, che in alcuni studi riducono la percezione del dolore nelle 24–48 ore successive.


E poi c’è la lezione più utile per chi programma allenamenti: il corpo impara, e il cosiddetto repeated bout effect è una specie di vaccino naturale contro il DOMS, perché dopo una prima esposizione a un certo tipo di stress eccentrico, una seconda esposizione simile tende a provocare meno indolenzimento; tradotto: introdurre gradualmente l’eccentrico e “preparare” con volumi più bassi nei giorni o nelle settimane precedenti può essere una strategia più intelligente di qualunque trucco last minute.

 
 
 

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