Andare al lavoro in bici o in auto? Lo studio su 260 mila persone che parla di cuore, cancro e longevità
- Alessandro Docali
- 26 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min
Ti faccio una domanda diretta: se potessi scegliere tra restare seduto in macchina in coda tutte le mattine, o arrivare al lavoro in bici o a piedi sapendo che questo potrebbe ridurre il rischio di infarto, tumore e perfino di morire prima… quanto cambierebbe il modo in cui vivi il tragitto casa–ufficio?
In questo articolo de La Scienza del Fitness parliamo di una cosa semplicissima, che non ha niente a che fare con allenamenti in palestra, programmazioni complicate o protocolli strani: parliamo di come ti sposti per andare al lavoro. E di uno studio enorme che si è chiesto se andare in bici o a piedi, invece che in auto o mezzi pubblici, possa davvero cambiare il rischio di malattie cardiovascolari, di cancro e la probabilità di vivere più a lungo.
L’argomento di oggi tocca la vita reale di tantissime persone: non ti chiede di aggiungere “un’altra cosa da fare” alla tua giornata, ma di trasformare qualcosa che fai comunque, tutti i giorni, in una sorta di “pillola di attività fisica” quotidiana.
Lo studio di cui ti parlo è stato pubblicato nel 2017 sul BMJ, una delle riviste mediche più importanti al mondo, da un gruppo di ricercatori guidati da Carlos A. Celis-Morales, insieme a colleghi come Donald Lyall, Paul Welsh, Jill Pell, Naveed Sattar e Jason Gill. Il titolo originale è un po’ lungo: “Association between active commuting and incident cardiovascular disease, cancer, and mortality: prospective cohort study”, che possiamo tradurre come: “Associazione tra spostarsi al lavoro in modo attivo e rischio di malattie cardiovascolari, tumori e mortalità: uno studio di coorte prospettico”.
E adesso vediamo che cosa hanno fatto, e che cosa significa per la tua salute.
I ricercatori hanno sfruttato una gigantesca banca dati, la UK Biobank, che raccoglie informazioni sanitarie e di stile di vita di centinaia di migliaia di adulti nel Regno Unito. Da lì hanno selezionato più di 260 mila persone tra i 40 e i 69 anni che avevano un lavoro e non lavoravano sempre da casa. L’età media era intorno ai 52 anni, poco più della metà erano donne. Non stiamo parlando di atleti, ma di persone “normali”: impiegati, lavoratori autonomi, uomini e donne che ogni mattina devono semplicemente andare al lavoro.
A ognuno è stata fatta una domanda molto semplice: “In un giorno tipico, come vai e torni dal lavoro?”
Le opzioni erano: auto o moto, mezzi pubblici, camminare, bicicletta. E si potevano combinare più mezzi, per esempio treno più cammino, bus più bici, e così via. In base alle risposte, i ricercatori hanno creato diverse categorie: chi usava solo mezzi “non attivi” (auto o trasporto pubblico), chi andava solo a piedi, chi andava in bici (anche combinando bici e cammino) e chi usava modalità miste, cioè una parte attiva e una parte in auto o mezzi.
Poi hanno seguito queste persone nel tempo, per circa cinque anni, e hanno visto chi sviluppava malattie cardiovascolari, come infarto o ictus, chi riceveva una diagnosi di tumore e chi moriva, e per quale causa. Tutto questo incrociando i dati con i registri ospedalieri e i certificati di morte.
Ovviamente non si sono fermati al “vai in bici = sei più sano”. Hanno aggiustato i conti tenendo conto di un sacco di possibili fattori di confusione: età, sesso, livello socioeconomico, fumo, alimentazione, indice di massa corporea, sedentarietà nel tempo libero, altre malattie già presenti come diabete o ipertensione. L’idea era: cerchiamo di isolare il ruolo del modo di andare al lavoro, al netto del fatto che chi va in bici spesso è anche più in forma, mangia meglio, fuma meno, e così via.
A questo punto la domanda è semplice: cosa è emerso confrontando chi andava al lavoro in modo “passivo” con chi si spostava in modo attivo?
Partiamo dalla bicicletta, perché è lì che i numeri diventano davvero impressionanti. Le persone che andavano al lavoro in bici avevano un rischio di morte per qualsiasi causa più basso di circa il 40% rispetto a chi andava solo in auto o mezzi. In statistichese si parla di “hazard ratio” intorno a 0,6: vuol dire, semplificando, che in un certo periodo di tempo chi si sposta in bici arriva molto meno spesso all’evento “morte” rispetto a chi si sposta solo in modo passivo.
Non solo: nei ciclisti pendolari si vedeva anche un rischio più basso di ricevere una diagnosi di tumore, e un rischio ridotto sia di sviluppare malattie cardiovascolari sia di morirne. È come se la bici, integrata nel tragitto casa–lavoro, agisse come una sorta di “vaccino quotidiano” contro una serie di eventi seri: infarto, ictus, alcuni tumori e la mortalità in generale.
Anche il camminare per andare al lavoro mostrava dei vantaggi, soprattutto sul fronte cardiovascolare. Chi andava a piedi aveva un rischio più basso di sviluppare malattie cardiovascolari e di morirne rispetto a chi usava solo modalità sedentarie. Qui l’effetto sulla mortalità totale e sul cancro era meno marcato, però sul cuore il segnale c’era, ed era chiaro.
C’è anche un altro elemento interessante: la dose–risposta. Quando i ricercatori hanno guardato non solo se le persone andavano a piedi o in bici, ma quanto camminavano o pedalavano per andare al lavoro, hanno visto che i benefici crescevano con la distanza, soprattutto per la bici. Chi pedalava di più ogni settimana aveva, in media, rischi ancora più bassi di malattia e di morte rispetto a chi usava la bici per tragitti più brevi. In pratica, non è solo “vai in bici sì/no”, ma anche “quanto spazio occupa questa attività nella tua settimana”.
Un altro pezzo curioso riguarda i pendolari misti, quelli che facevano una parte del tragitto in modo attivo e una parte con mezzi o auto. Se nell’equazione c’era la bici, anche in combinazione con treno o bus, si vedevano comunque benefici importanti su mortalità e tumori. Se invece la parte attiva era solo camminare abbinato ad auto o mezzi, il segnale si attenuava molto. Questo suggerisce che la bicicletta, come intensità e come carico cardiocircolatorio, dà una spinta in più rispetto al semplice cammino lento fino alla fermata.
A questo punto la domanda è: perché succede tutto questo?
La spiegazione principale è abbastanza intuitiva: andare al lavoro in modo attivo aumenta in modo costante il volume di attività fisica della settimana. Non ti obbliga a trovare un’ora extra per la palestra, ma ti “regala” minuti di movimento tutti i giorni, quasi senza che tu te ne accorga, perché li innesti in qualcosa che devi comunque fare. Nel lungo periodo questo contribuisce a migliorare la forma cardiovascolare, cioè la capacità del cuore e dei polmoni di sostenere lo sforzo, e sappiamo da tantissimi studi che chi ha una buona fitness cardiorespiratoria ha un rischio più basso di infarto, ictus, tumori e morte precoce.
C’è poi l’aspetto dello stile di vita complessivo. Spostarsi in bici o a piedi spesso significa essere un po’ meno sedentari anche nel resto della giornata, avere una percezione diversa del proprio corpo e, in alcuni casi, fare scelte migliori a tavola o con le sigarette. Lo studio ha cercato di tenere conto di molti di questi fattori, ma è chiaro che una parte dei benefici nasce anche da questo “pacchetto” più sano.
Ovviamente non è tutto perfetto, e gli stessi autori sono i primi a sottolinearlo. Per esempio, il modo di andare al lavoro è auto-riferito: è la persona che compila un questionario, non c’è un sensore GPS sulla bici. Questo può introdurre qualche errore, ma paradossalmente tende a ridurre le differenze, non ad amplificarle: se qualcuno risponde in modo impreciso, è più probabile che i gruppi si “mescolino” un po’, facendo sembrare i benefici più piccoli di quanto siano davvero.
In più si tratta di uno studio osservazionale: segue le persone nel tempo e vede cosa succede, ma non assegna in modo casuale “tu vai in bici, tu vai in auto”. Questo significa che non possiamo dire al 100% che è la bici a causare i benefici; possiamo però dire che, in un enorme campione di popolazione, chi si sposta in modo attivo ha sistematicamente meno eventi cardiovascolari, meno tumori e meno morti, anche dopo aver corretto per una lunga lista di altri fattori.
C’è poi il discorso della rappresentatività: il campione della UK Biobank tende a essere un po’ più sano e un po’ meno obeso della popolazione generale, perché chi accetta di partecipare a questo tipo di studi spesso è già leggermente più attento alla salute. Questo vuol dire che i numeri assoluti di rischio potrebbero non essere identici alla popolazione di tutti i giorni, ma la direzione dell’effetto – cioè il fatto che chi pedala o cammina sta meglio – molto probabilmente resta valida.
Arrivati qui, la domanda diventa pratica: che cosa significa tutto questo per te?
Se nella tua vita c’è un tragitto casa–lavoro, casa–università o casa–stazione che oggi fai sempre in modo passivo, questo studio ti suggerisce che trasformarlo anche solo in parte in un’attività fisica regolare può avere effetti profondi sulla salute. Non è necessario diventare il ciclista fanatico che fa 40 chilometri al giorno con la bici da corsa; spesso basta inserire una pedalata di 15–20 minuti per tratta, o un cammino un po’ più sostenuto, per regalare al tuo cuore uno stimolo costante settimana dopo settimana.
Se vivi in una zona dove andare in bici è complicato o poco sicuro, le soluzioni non sono sempre semplici, e qui entrano in gioco anche le politiche pubbliche: piste ciclabili, incentivi all’acquisto di biciclette, possibilità di portare la bici sui mezzi, bike sharing cittadini. Gli autori dello studio lo dicono chiaramente: se vogliamo davvero sfruttare i benefici dell’attività fisica a livello di popolazione, il pendolarismo attivo è una leva potentissima, ma va reso praticabile e sicuro per la gente comune, non solo per chi è già sportivo o vive in città “ciclabili”.
Se invece sei un trainer, un istruttore o un professionista del movimento, questo lavoro ti dà un argomento forte da portare alle persone che ti dicono: “Non ho tempo per allenarmi”. In alcuni casi la risposta può essere: “Non per forza devi trovare tempo in più; possiamo provare a cambiare come ti muovi per fare le cose che già fai, a partire dal tragitto verso il lavoro”. Non è la soluzione a tutti i problemi, ma è un pezzo di strategia con una base scientifica molto più solida di quanto si pensi.
In sintesi, questo studio ci ricorda una cosa che a volte dimentichiamo: la salute non dipende solo da quello che facciamo in palestra, ma anche da come ci muoviamo nella vita di tutti i giorni. E il percorso casa–lavoro, che spesso viviamo come una scocciatura da sopportare, può diventare uno degli alleati più potenti per il cuore, per la prevenzione dei tumori e per la nostra longevità.

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