Ernia del disco: i benefici reali dell’esercizio
- Alessandro Docali
- 3 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Oggi parliamo di ernia al disco, e lo facciamo partendo da questa domanda: l’esercizio fisico è davvero un trattamento efficace nell’ernia del disco lombare, oppure è solo un consiglio generico da dare quando non si sa cos’altro proporre?
In questo articolo de La Scienza del Fitness ti parlerò di una ricerca che prova a mettere ordine tra gli studi disponibili. Ti spiegherò come è stata fatta, che risultati ha trovato sul dolore e sulla disabilità, quali tipi di intervento sono stati inclusi e, cosa altrettanto importante, cosa invece NON viene dettagliato nel lavoro e perché questo cambia il modo in cui dobbiamo interpretarlo.
Partiamo dal fatto che l’ernia del disco lombare è una delle cause più comuni di dolore lombare con irradiazione alla gamba. Non è solo “mal di schiena”: è la percezione che qualcosa stia comprimendo, irritando, “disturbando” le strutture nervose. E quando il nervo entra in gioco, il dolore cambia natura: diventa pungente, bruciante, a volte accompagnato da formicolio o da zone di sensibilità alterata. In molte persone il problema non è tanto il gesto sportivo, ma il gesto più banale del mondo: mettersi le scarpe, alzarsi da una sedia, stare seduti troppo a lungo.
E qui iniziano altri problemi. La paura porta a immobilizzarsi. L’impazienza porta a “forzare” perché “devo tornare ad allenarmi”. E in mezzo ci si domanda se l’esercizio possa essere efficace come terapia?
Lo studio è una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata nel 2025 su Frontiers in Medicine da Shaojie Du, Zeyu Cui e colleghi e si intitola “Efficacia clinica della terapia con esercizio per l’ernia del disco lombare: revisione sistematica e meta-analisi di trial randomizzati controllati”.
Ora, perché una meta-analisi è interessante? Perché non si appoggia a un singolo studio, che può essere piccolo o particolare. Cerca invece di prendere tutti gli studi più solidi disponibili, selezionarli con criteri precisi e poi “sommarli” in modo statistico per stimare l’effetto medio dell’intervento. È un tentativo di ridurre il rumore e ascoltare la musica di fondo.
Gli autori hanno impostato il lavoro in modo molto standard per la ricerca clinica: hanno cercato gli studi nei grandi database internazionali – PubMed, Embase, Web of Science e Cochrane Library – includendo tutto ciò che era disponibile fino al 24 agosto 2024, trovando centinaia di articoli, ma alla fine, dopo filtri e criteri di qualità, ne hanno inclusi otto: otto trial randomizzati controllati, per un totale di 611 persone con ernia del disco lombare, tra 18 e 65 anni.
E qui arriviamo subito a un punto che voglio chiarire, perché molte persone quando sentono “esercizio” pensano a una scheda precisa, a un elenco di esercizi: questo lavoro non è così. La revisione include studi in cui l’“intervento esercizio” è rappresentato da approcci diversi, a volte anche combinati con altre forme di trattamento conservativo.
Nelo studio vengono riportate le categorie di intervento e la durata, ma non la lista completa degli esercizi con progressioni, serie, ripetizioni, tempi di recupero e criteri di carico. Questo significa che sappiamo “che tipo di strada” hanno seguito gli studi, ma non sempre sappiamo “quanti passi” e “con che ritmo” li hanno fatti.
Per farti capire il livello di dettaglio disponibile, ti faccio alcuni esempi concreti di ciò che compare nella tabella riassuntiva degli studi inclusi. Ci sono trial in cui l’intervento è stato un programma di Tai Chi associato a terapia di medicina tradizionale cinese, confrontato con la sola terapia tradizionale. Ci sono studi che hanno valutato yoga basato su stretching e forza, per periodi intorno alle dodici settimane, confrontandolo con un gruppo senza intervento specifico. Ci sono protocolli di Pilates per sei settimane, anche questi confrontati con controllo. Ci sono programmi definiti come “motor control training”, cioè allenamento del controllo motorio, messi a confronto con TENS, quindi elettrostimolazione antalgica. E compaiono anche esercizi di stabilizzazione lombare, in inglese spesso abbreviati come LSE, che puntano a migliorare il controllo e la stabilità del tratto lombopelvico. In uno degli studi inclusi appare anche la mobilizzazione strumentale dei tessuti molli associata alla fisioterapia convenzionale.
Che cosa significa tutto questo? Significa che la meta-analisi non ti sta dicendo “fai questo esercizio e risolvi”, ma sta dicendo: in diversi trial clinici, approcci terapeutici basati su movimento controllato, stabilizzazione, controllo motorio e discipline come Pilates o yoga hanno prodotto miglioramenti mediamente superiori rispetto ai controlli usati in quegli studi.
E adesso veniamo alla domanda: cosa cambia per il paziente?
Gli autori hanno scelto outcome molto classici. Il dolore è stato misurato spesso con la VAS, la scala da 0 a 10. La disabilità è stata misurata con l’Oswestry Disability Index, che valuta quanto il problema limita la vita quotidiana. In alcuni studi sono stati analizzati anche la mobilità lombare, e strumenti più articolati come il McGill Pain Questionnaire per descrivere il dolore in modo più fine, e lo SF-36 per la qualità della vita.
Il risultato generale è questo: il gruppo che svolgeva terapia con esercizio mostrava miglioramenti significativi rispetto ai controlli su più parametri. Tradotto: meno dolore, meno disabilità, e in alcuni casi qualità della vita migliore. Non è solo “mi fa meno male”: è “riesco a muovermi meglio e a funzionare di più”. Ed è un passaggio importantissimo, perché nella pratica clinica e nella vita reale la disabilità pesa quanto il dolore, se non di più. Molte persone non chiedono “zero dolore”. Chiedono “voglio tornare a guidare”, “voglio stare seduto senza impazzire”, “voglio camminare senza sentire scariche lungo la gamba”.
E' indispensabile però sottolineare che in varie analisi gli autori riportano una variabilità elevata tra gli studi. In sostanza, gli studi non sono tutti uguali e non producono tutti lo stesso effetto con la stessa intensità. Questo può dipendere dal tipo di intervento, dalla durata, dalla frequenza, dalla fase del problema, dalle caratteristiche dei partecipanti e da che cosa faceva esattamente il gruppo di controllo. Gli autori fanno anche analisi di sensibilità, cioè testano se i risultati cambiano drasticamente rimuovendo uno studio alla volta, e riferiscono che l’andamento generale rimane.
Un altro elemento interessante, soprattutto per chi ha paura di peggiorare: in questi otto studi non sono stati riportati eventi avversi significativi legati alla terapia con esercizio. Non significa “nessun rischio in assoluto”, significa che, nei protocolli utilizzati e nelle popolazioni studiate, non sono emersi particolari problemi. È un messaggio che tranquillizza, perché l’ernia viene spesso vissuta come una condanna a fragilità permanente.
Ma se la ricerca suggerisce che l’esercizio può aiutare, perché nella vita reale tanti raccontano esperienze opposte?
Perché “esercizio” è una parola che vuol dire tante cose. Nella meta-analisi rientrano interventi molto diversi: yoga, Pilates, controllo motorio, stabilizzazione, Tai Chi. Molti di questi sono approcci che, per definizione, lavorano su movimento controllato, progressione, consapevolezza corporea, tollerabilità.
Gli autori lo dichiarano apertamente anche nelle conclusioni: non esiste ancora un consenso definitivo su intensità, frequenza e tipo di attività ideale per i pazienti con ernia del disco lombare. E aggiungono che molti studi non riportano dati su costi, recidive o andamento a lunghissimo termine, quindi su quanto i benefici si mantengano e come si possa prevenire davvero il ritorno dei sintomi nel tempo.
In conclusione l’esercizio, quando è terapia, non è “fare movimento” e basta. È scegliere un approccio sensato, progressivo, controllato, e coerente con lo stato del sistema nervoso e dei tessuti. Questa meta-analisi ci dice che, mediamente, interventi basati su esercizio in persone con ernia del disco lombare migliorano dolore e funzione rispetto ai controlli usati negli studi. Ma ci dice anche che la scienza, al momento, non ha ancora una formula unica che vada bene per tutti.
Se sei un professionista del movimento, la traduzione pratica non è “allena tutti allo stesso modo”, ma “costruisci capacità”. E se sei una persona che soffre di ernia del disco ricorda che “non sei obbligato a scegliere tra immobilità e sconsideratezza”: esiste una via di mezzo fatta di progressione, tolleranza e strategie ragionate.

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