Muoversi “nonostante” il dolore: quando l’esercizio diventa parte della cura
- Alessandro Docali
- 28 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Lo dico subito, perché è il punto che cambia la prospettiva: per anni, a chi conviveva con dolore cronico veniva spesso consigliato di riposare e ridurre al minimo i movimenti; oggi, invece, la domanda più onesta è un’altra: muoversi può aiutare davvero, e soprattutto è sicuro?
A questa domanda ha provato a rispondere una panoramica molto autorevole pubblicata nella Cochrane Database of Systematic Reviews: “Physical activity and exercise for chronic pain in adults: an overview of Cochrane Reviews” (in italiano: “Attività fisica ed esercizio per il dolore cronico negli adulti: una panoramica delle revisioni Cochrane”), firmata da Louise J. Geneen, R. Andrew Moore, Clare Clarke, Denis Martin, Lesley A. Colvin e Blair H. Smith, pubblicata nel 2017 su Cochrane Database of Systematic Reviews.
In pratica, gli autori non hanno analizzato un singolo esperimento, ma hanno fatto un lavoro “di secondo livello”: hanno raccolto e valutato le revisioni Cochrane già esistenti che, a loro volta, includono trial clinici randomizzati su esercizio e dolore cronico negli adulti, cioè studi in cui le persone vengono assegnate in modo casuale a programmi di attività fisica oppure a condizioni di confronto come nessun esercizio, interventi minimi o controlli simili. Il risultato è un quadro ampio: 21 revisioni incluse, per un totale di 381 studi e 37.143 partecipanti; di questi, 264 studi (19.642 partecipanti) confrontavano esercizio contro nessun esercizio o interventi minimi, ed è su questo confronto che si concentra il messaggio pratico. Le condizioni considerate non erano “il dolore cronico” come etichetta generica, ma diversi problemi specifici: artrite reumatoide, artrosi, fibromialgia, mal di schiena, disturbi del collo, dolore femoro-rotuleo, claudicatio intermittens, dismenorrea e altre condizioni, con programmi molto diversi tra loro, dall’aerobica al lavoro di forza, dalla mobilità al controllo del core, fino a discipline come yoga, Pilates e tai chi.
E quindi, funziona? La risposta è più realistica di uno slogan: spesso sì, ma con effetti in media piccoli o moderati e non sempre costanti tra studi, tipi di esercizio e tempi di follow-up; in altre parole, non è una bacchetta magica, ma per molte persone può spostare l’ago della bilancia nella direzione giusta. Il dato più solido e ricorrente riguarda la funzione fisica: è l’esito misurato più spesso e in 14 revisioni risulta migliorata con l’esercizio, anche se di solito senza “salti” clamorosi.
Su qualità di vita e aspetti psicologici (come benessere e umore) i risultati sono più variabili: in alcuni casi migliorano, in altri non si vede una differenza netta, ma un elemento importante è che non emergono segnali convincenti di effetti negativi sistematici dell’attività fisica. E la sicurezza, che è la paura numero uno di chi ha dolore? Qui la nota curiosa (e un po’ amara) è che solo circa un quarto degli studi riportava attivamente gli eventi avversi; quando venivano descritti, il più comune era l’aumento di indolenzimento o dolore muscolare nelle prime settimane, che tendeva a ridursi con l’adattamento al programma. In sostanza, nel materiale disponibile l’esercizio appare un intervento generalmente ben tollerato, ma con una qualità dell’evidenza complessivamente bassa, soprattutto perché molti studi hanno campioni piccoli (spesso meno di 50 persone in totale), durate e follow-up limitati (spesso non oltre 3–6 mesi) e una grande varietà di protocolli che rende difficile dire “questo è il migliore” in modo definitivo.
Il messaggio finale, però, è utile e concreto: per molte forme di dolore cronico, muoversi non è solo “permesso”, è spesso sensato; i miglioramenti possibili sono realistici, più evidenti sulla funzionalità e spesso presenti anche sul dolore, con pochi eventi avversi rilevanti riportati, a patto che l’attività sia ragionata, progressiva e adatta alla persona.

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