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Cellulite, allenamento e realtà: perché non è “solo grasso” e cosa può fare davvero l’esercizio

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 26 dic 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

Se ti dicessi che la cellulite è una di quelle cose che quasi tutte le donne hanno, ma che quasi nessuno spiega bene, probabilmente annuiresti. Eppure, attorno alla cellulite gira un mercato enorme fatto di promesse rapide: “brucia”, “scioglie”, “elimina”, “in due settimane”. Oggi vorrei fare l’opposto: togliere un po’ di fumo, lasciare spazio a ciò che sappiamo davvero e soprattutto capire dove l’esercizio fisico aiuta sul serio… e dove invece non può fare miracoli.


Partiamo da un dato che spesso sorprende: la cellulite non è una rarità da correggere, ma un fenomeno estremamente comune. Nella review di Lawrence S. Bass e Michael S. Kaminer, pubblicata nel 2020 su Dermatologic Surgery, intitolata “Insights Into the Pathophysiology of Cellulite: A Review”, che possiamo tradurre come “Approfondimenti sulla fisiopatologia della cellulite: una revisione”, gli autori ricordano che la cellulite viene stimata in una percentuale altissima di donne dopo la pubertà e che negli uomini sani è rara. Non è un “difetto di disciplina”, non è un “fallimento”, non è nemmeno semplicemente “grasso in eccesso”: è, prima di tutto, un modo particolare in cui sono costruiti e si comportano pelle e tessuti sottocutanei.


Questa review è un lavoro di sintesi: Bass e Kaminer hanno cercato studi su PubMed e su ClinicalTrials.gov, selezionando ricerche cliniche che quantificassero la severità della cellulite e provando a mettere ordine fra risultati spesso difficili da confrontare. E qui arriva già un primo messaggio “da realtà”: gli autori sottolineano che molti studi non sono standardizzati, usano metodi diversi per misurare i miglioramenti e spesso hanno follow-up brevi. Risultato? È complicato dire “questa cosa funziona sempre” o “questa cosa è la migliore” perché la scienza, su questo tema, è meno pulita di quanto i marketing vogliano far credere.


Ma la parte più utile, per noi che vogliamo collegare cellulite ed esercizio, è il perché la cellulite esiste. La spiegazione, detta in modo semplice, è questa: sotto la pelle c’è un mondo di “strutture” che tengono tutto in ordine. Ci sono compartimenti di grasso, c’è il derma, e ci sono setti fibrosi, specie di “cordicelle” di tessuto connettivo ricche di collagene che collegano e ancorano gli strati. In molte donne, per caratteristiche anatomiche e ormonali, questi setti sono orientati e distribuiti in modo tale che, quando tirano o si irrigidiscono, possono creare depressioni. E quando, nello stesso tempo, il grasso sottocutaneo spinge verso l’alto, il risultato visivo può essere quel classico effetto “buccia d’arancia”: una superficie che alterna avvallamenti e rilievi. Nella review del 2020, l’idea che emerge con forza è che il ruolo centrale non sia soltanto “il grasso”, ma proprio queste strutture fibrose: quando i trattamenti puntano davvero a intervenire sui setti fibrosi, è più probabile ottenere miglioramenti più duraturi della topografia cutanea.

E allora arriva la domanda che immagino tu abbia già in testa: “Ok, ma io mi alleno. Alleno gambe e glutei. Faccio cardio. Mangio meglio. Possibile che non basti?” È qui che la scienza ci aiuta a essere onesti senza essere pessimisti. L’esercizio può fare molto. Ma non può cambiare tutto.


Nel 2006, su Plastic and Reconstructive Surgery, Lola K. Smalls e colleghi pubblicano “Effect of Weight Loss on Cellulite: Gynoid Lypodystrophy”, cioè “Effetto della perdita di peso sulla cellulite: lipodistrofia ginoide”. L’idea è semplice e geniale: visto che tante persone, per chirurgia bariatrica o programmi medici, perdono peso in modo significativo, cosa succede alla cellulite? Migliora sempre? Migliora “abbastanza”? Peggiora?


Qui la parte interessante non è solo il risultato, ma come lo misurano. Non si affidano soltanto a “foto prima e dopo”. Usano una scansione laser 3D della superficie per quantificare la rugosità, usano la DEXA per la composizione corporea e quindi anche per stimare il grasso in aree specifiche come la coscia, usano un’ecografia 3D per osservare alcune caratteristiche del confine tra derma e sottocute, e misurano anche proprietà biomeccaniche della pelle e dei tessuti, come la “compliance”, cioè quanto il tessuto tende a cedere e a diventare più “morbido” o “lasco” sotto carico. E seguono queste donne per sei mesi durante programmi di perdita di peso.


E cosa trovano? In media la cellulite tende a migliorare con la perdita di peso, ma la risposta è variabile e per alcune peggiora. Non è un dettaglio: è la dimostrazione pratica che cellulite e peso non hanno una relazione “meccanica” uguale per tutte. Nello studio, il miglioramento si associa soprattutto a una riduzione significativa del peso e, in particolare, a una riduzione della percentuale di grasso nella coscia, oltre che a un BMI iniziale più alto e a una severità iniziale maggiore. Ma nel gruppo che peggiora si vede un quadro diverso: perdite di peso più piccole, nessun vero cambiamento nella percentuale di grasso della coscia e, soprattutto, un aumento significativo della compliance, cioè tessuti che diventano più “cedevoli”.

Traducendo in linguaggio meno tecnico, ma con rispetto per la fisiologia: se dimagrisci tanto e perdi davvero grasso dove serve, spesso la superficie appare più regolare; però se dimagrisci poco, o se il grasso della zona non cambia davvero, e nel frattempo i tessuti diventano più “molli”, l’effetto visivo può non migliorare, e in alcuni casi peggiorare. Questo è un modo molto elegante per dirci che non è soltanto “quanto pesi”, ma come cambiano i tessuti sotto la pelle.


E c’è un altro punto, ancora più interessante, che Smalls e colleghi notano: anche quando c’è un miglioramento generale della severità, alcune caratteristiche legate alle “valli”, cioè alle depressioni, non necessariamente si riducono anche con grandi perdite di peso. Gli autori arrivano a suggerire che il pattern delle fossette possa essere in parte una struttura relativamente stabile, non così facile da spostare soltanto con il dimagrimento. È una frase che, se la prendi bene, non è scoraggiante: è liberatoria. Ti dice che non sei “tu che sbagli tutto”, ma che stai lavorando su un fenomeno più complesso di un semplice “strato di grasso”.


E ora veniamo all’esercizio, quello che interessa a noi nel mondo del fitness. Perché qui bisogna essere precisi: la perdita di peso non è la stessa cosa dell’allenamento, ma spesso ci finisce dentro, perché molte persone allenandosi migliorano composizione corporea. Quindi la domanda è: esiste qualche studio serio che ci faccia vedere cosa succede quando aggiungiamo un lavoro fisico specifico, e se può bastare da solo?


Nel 2013, su Dermatology and Therapy (Heidelberg), Karsten Knobloch e colleghi pubblicano “Cellulite and Focused Extracorporeal Shockwave Therapy for Non-Invasive Body Contouring: a Randomized Trial”, tradotto “Cellulite e terapia a onde d’urto extracorporee focali per il rimodellamento corporeo non invasivo: uno studio randomizzato”. Qui il disegno è molto chiaro: è uno studio randomizzato controllato, in doppio cieco, su donne tra 18 e 65 anni con cellulite. E soprattutto c’è un dettaglio fondamentale: in entrambi i gruppi c’è un programma di esercizi per i glutei, quotidiano, a casa, con due esercizi eseguiti due volte al giorno, con 15 ripetizioni per gamba, e la compliance viene monitorata con un diario. In altre parole: l’allenamento c’è, non è “un consiglio vago”, è una parte del protocollo.


La differenza tra i gruppi è l’altra parte dell’intervento: uno riceve sei sedute di onde d’urto focali (2.000 impulsi, energia più alta) ogni 1–2 settimane su glutei e cosce; l’altro riceve una versione “sham”, cioè una finta terapia a energia molto più bassa, in modo che le partecipanti e chi valuta le foto non sappiano chi ha ricevuto il trattamento vero. L’outcome principale è una scala validata, la Cellulite Severity Scale, valutata su fotografie standardizzate da due valutatori indipendenti e ciechi al gruppo e al momento (prima o dopo).


Il risultato, raccontato in modo semplice, è questo: il gruppo con onde d’urto più esercizi migliora in modo significativo sulla scala della severità della cellulite nell’arco di 12 settimane; il gruppo con “finta” terapia più esercizi non mostra un miglioramento significativo. Questo è un punto che, nel tuo episodio, puoi usare con grande correttezza: non per dire “gli esercizi non servono”, ma per dire “in questo contesto, con cellulite moderata-severa e in 3 mesi, il solo programma di esercizi per i glutei non è bastato a produrre un cambiamento misurabile sulla scala principale”. È un messaggio equilibrato e molto più credibile di qualsiasi slogan.


Mettendo in relazione i tre lavori possiamo dire che:


  • La review del 2020 ti dà il quadro: la cellulite è una questione di architettura dei tessuti, in cui i setti fibrosi hanno un ruolo centrale, e molti interventi che agiscono solo su pelle o grasso spesso non danno risultati duraturi o coerenti.

  • Lo studio del 2006 ti fa vedere, con misure oggettive e con persone che cambiano davvero corpo, che anche dimagrire non garantisce un miglioramento automatico: spesso aiuta, ma non sempre, e dipende da come cambiano grasso locale e proprietà meccaniche del tessuto.

  • Lo studio del 2013 ti aggiunge un tassello pratico: il lavoro muscolare, da solo, potrebbe non bastare in tempi brevi a cambiare la “firma” visiva della cellulite, almeno quando parliamo di cellulite moderata-severa valutata con criteri clinici; e che intervenire su componenti “meccaniche” dei tessuti può produrre cambiamenti che gli esercizi, da soli, non producono nello stesso modo e nello stesso tempo.


Quindi, come possiamo riassumere tutte queste informazioni?

Possiamo dire che allenarsi ha senso, eccome. Se migliori la massa muscolare di gambe e glutei, se migliori la composizione corporea, se riduci grasso dove è possibile ridurlo e se mantieni la pelle “sana” con buone abitudini, è plausibile che l’aspetto generale migliori. Ma possiamo anche dire che la cellulite non è un bersaglio semplice perché coinvolge strutture fibrose e caratteristiche del tessuto connettivo: l’esercizio non è progettato per “tagliare” o “rilasciare” setti fibrosi, e per questo l’effetto estetico può essere parziale o variabile. E questo non sminuisce l’esercizio: lo rimette nel suo ruolo reale, che è potentissimo per la salute e spesso utile anche per l’estetica, ma non è una bacchetta magica per qualunque architettura dei tessuti.


E qui arriva la parte finale: la verità, quando è raccontata bene, non demotiva. Al contrario, ti protegge. Ti salva dall’idea che “se non funziona è colpa tua”, ti salva dalla caccia infinita all’esercizio segreto, e ti permette di scegliere obiettivi intelligenti: migliorare forza, forma fisica, benessere, e se l’aspetto della cellulite migliora, benissimo; se migliora solo in parte, non significa fallimento, significa che stai lavorando su un fenomeno complesso, spiegabile e molto comune.


 
 
 

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