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Il vero “motore” della resistenza non è solo il cuore: cosa cambia nei muscoli quando ti alleni davvero

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 14 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Nella review “Adaptations of skeletal muscle to endurance exercise and their metabolic consequences” (“Adattamenti del muscolo scheletrico all’esercizio di resistenza e le loro conseguenze metaboliche”), John O. Holloszy ed Edward F. Coyle spiegano nel 1984 su Journal of Applied Physiology: Respiratory, Environmental and Exercise Physiology (56(4): 831–838) che l’aumento della performance di endurance non è soltanto una storia di cuore e polmoni, ma soprattutto di muscolo che impara a gestire lo stesso lavoro con meno “caos” interno e con una strategia energetica più efficiente.


Quando una persona sedentaria inizia a fare allenamento di resistenza con continuità, in poche settimane spesso si accorge di una cosa molto concreta: ciò che prima “bruciava” e costringeva a fermarsi, dopo un po’ diventa sostenibile. Per anni la spiegazione più intuitiva è stata che il muscolo, durante sforzi moderati, fosse relativamente “in difetto di ossigeno” e che l’allenamento risolvesse tutto migliorando la consegna di O₂; Holloszy e Coyle chiariscono perché questa narrazione è incompleta: a pari intensità assoluta, il consumo di ossigeno (VO₂) resta sostanzialmente lo stesso in allenati e non allenati, quindi la differenza non può essere semplicemente “entra più ossigeno, quindi va meglio”.

Il punto, allora, è ciò che accade dentro le fibre: l’esercizio di endurance praticato con uno stimolo adeguato e progressivo aumenta in modo marcato il contenuto mitocondriale e la capacità respiratoria del muscolo, e questa crescita dei mitocondri non è un dettaglio estetico della fisiologia, ma il motivo per cui lo stesso lavoro provoca una perturbazione dell’omeostasi molto più piccola. In termini pratici significa che, a parità di ritmo o watt, il muscolo allenato deve “spingere meno forte” su certe vie metaboliche d’emergenza: utilizza più lentamente glicogeno muscolare e glucosio ematico, produce meno lattato e sposta una quota maggiore della richiesta energetica verso l’ossidazione dei grassi, con un effetto di risparmio del glicogeno che diventa determinante quando lo sforzo dura a lungo. Questa trasformazione non nasce da un singolo interruttore, ma da un insieme coerente di adattamenti: aumentano molte proteine ed enzimi legati alla beta-ossidazione, al ciclo di Krebs e alla catena respiratoria, cambia persino il “profilo” mitocondriale verso un pattern più simile a quello del cuore, e si potenziano meccanismi che aiutano a convogliare nel mitocondrio gli equivalenti riducenti prodotti dalla glicolisi, rendendo più probabile che il piruvato finisca ossidato invece che convertito in lattato.


Gli autori insistono su un messaggio che oggi dovremmo ricordare ogni volta che diciamo “faccio cardio”: gli adattamenti importanti arrivano quando lo stimolo supera davvero la capacità iniziale, cioè quando volume, durata o intensità vengono progressivamente aumentati; se il lavoro resta “comodo”, il muscolo non ha motivo di ricostruire il proprio apparato energetico. E quando smetti? Anche qui il lavoro è molto concreto: una parte degli adattamenti mitocondriali regredisce in settimane, perché il tessuto risponde alla mancanza di richiesta riducendo gradualmente quei sistemi che costano energia da mantenere, anche se anni di allenamento possono lasciare una traccia più persistente, soprattutto in alcune fibre.


Sul fronte della prestazione, Holloszy e Coyle mettono ordine in un equivoco diffuso: l’aumento del VO₂max negli atleti di alto livello dipende principalmente dalla capacità cardiovascolare di consegnare ossigeno, mentre l’aumento dei mitocondri gioca un ruolo enorme nel rendere più “economico” e sostenibile il lavoro sotto-massimale, cioè proprio quella zona in cui si costruisce la capacità di andare forte a lungo; in altre parole, puoi avere mitocondri “molto allenati” e VO₂max diversi tra persone, ma è difficile ignorare che quei mitocondri cambiano la qualità dello sforzo, riducendo lattato a pari intensità e spostando in alto l’intensità a cui il lattato inizia ad accumularsi.


La chiave finale, raccontata in modo quasi elegante, è regolatoria: se hai più capacità ossidativa, per produrre la stessa energia ti serve una perturbazione interna minore, con variazioni più piccole di ADP, fosfati e altri segnali che accelerano la glicolisi; di conseguenza, il muscolo allenato “accende” meno la produzione rapida di energia da carboidrati e “tiene” meglio l’equilibrio, pagando meno debito metabolico e preservando carburante prezioso.


Se dovessimo trasformare tutto questo in una frase da portare in palestra, sarebbe questa: l’endurance training non ti insegna solo a sopportare la fatica, ma cambia la tua biochimica in modo che, a parità di lavoro, la fatica si presenti più tardi perché il muscolo ha più motori, li usa meglio e consuma il carburante con maggiore efficienza.

 
 
 

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