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Imprecare aumenta la performance?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 26 dic 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

Lo sapevi che una parolaccia, detta al momento giusto, può farti stringere più forte, spingere di più e resistere un po’ più a lungo al dolore? Non è una battuta da spogliatoio. È una cosa che alcuni ricercatori hanno provato a misurare davvero, con cronometro, dinamometro e prove di fatica, come se la “parola proibita” fosse un piccolo pulsante nascosto del sistema nervoso.


In questo articolo de La Scienza del Fitness parliamo di un argomento a metà tra psicologia, fisiologia e vita reale: perché imprecare può cambiare la prestazione fisica, quando funziona, e soprattutto quando smette di funzionare. Lo faremo mettendo insieme due studi che, letti uno accanto all’altro, sembrano raccontare la stessa storia da due punti di vista diversi: uno guarda la performance, l’altro guarda il dolore e l’abitudine quotidiana alle parolacce. E alla fine, come sempre, la domanda non sarà “si deve fare?”, ma “cosa ci dice questo sul rapporto tra mente e corpo quando siamo al limite?”.


Immagina la scena. Sei nel mezzo di una serie difficile, o stai tenendo una posizione che brucia, o sei su una salita che non finisce mai. La respirazione diventa corta, i muscoli iniziano a tremare e nella testa parte quella vocina: “Molla, rallenta, basta così”. In quel momento, a volte, succede una cosa strana: ti scappa un’esclamazione, una parolaccia, una parola che in un contesto elegante non useresti mai. E subito dopo ti senti diverso. Non necessariamente più forte, ma più “acceso”, più deciso, come se avessi tolto un freno.


Per anni questa cosa è rimasta nel cassetto delle leggende da palestra: “se imprechi spingi di più”. Poi però qualcuno ha iniziato a chiedersi: e se fosse vero, almeno in parte? E se quella parola, proprio perché è carica di emozione, fosse capace di cambiare la percezione della fatica o del dolore per qualche istante?


Qui entra il primo studio. Nel 2024, su Frontiers in Psychology, è uscita una mini-revisione dal titolo “Effect of swearing on physical performance: a mini-review”, che potremmo tradurre come “Effetto del turpiloquio sulla performance fisica: una mini-revisione”, firmata da Nicholas B. Washmuth, Richard Stephens e Christopher G. Ballmann. In pratica, gli autori hanno raccolto e discusso gli studi disponibili su un tema molto specifico: cosa succede quando una persona impreca durante un compito fisico breve e intenso, rispetto a quando ripete una parola neutra o rimane in silenzio.

Ora, “mini-revisione” significa una cosa precisa: non è un singolo esperimento, ma un lavoro che mette insieme più ricerche, come se dicesse “ok, vediamo cosa sappiamo finora, quali risultati tornano e quali domande restano aperte”. E la fotografia che esce è sorprendente: in diversi esperimenti, pronunciare una parolaccia durante test di forza o di potenza ha portato piccoli ma reali miglioramenti.


Facciamo un esempio pratico. Alcuni studi hanno usato test molto semplici e ripetibili, come la forza di presa: stringi un dispositivo il più forte possibile per un certo tempo, e si misura quanta forza produci. In altri casi si è usato il Wingate test, che è uno sprint massimale su cyclette: pochi secondi in cui devi spingere come se ti stessi giocando una finale. E in questi contesti, l’atto di imprecare, ripetendo una parola tabù scelta dal partecipante, ha spesso aumentato la prestazione rispetto alla condizione neutra. Non parliamo di +30% come nei film, ma di quel margine del 2–5% che, nello sport, può essere la differenza tra “buono” e “ottimo”. E soprattutto, è un effetto che compare proprio dove la componente mentale fa molta differenza: quando devi spingere al limite e resistere a un’ondata di fastidio.


La cosa più interessante della mini-revisione, però, non è solo dire “funziona”. È cercare di capire perché. E qui gli autori entrano in un territorio affascinante: la parolaccia sembra agire come un interruttore emotivo. Una parola tabù non è una parola qualsiasi. È una parola che porta con sé una carica: trasgressione, liberazione, aggressività controllata, intensità. E questa carica potrebbe aumentare l’attivazione del sistema nervoso, quella modalità “allerta” che normalmente associamo al momento in cui devi reagire, combattere o scappare.

In termini semplici: quando imprechi, non stai solo facendo rumore. Potresti stare dicendo al cervello: “Qui è importante. Qui si spinge. Qui non si molla”. E il corpo risponde.


Ma per capire davvero questa storia, serve guardare l’altro lato della medaglia: il dolore e la sua percezione. Perché molta parte della prestazione, soprattutto quando sei vicino al limite, non è “quanto muscolo hai”, ma quanto a lungo riesci a convivere con lo sgradevole senza interromperti.


Ed ecco il secondo studio, che è quasi un classico in questo filone. Nel 2011, su The Journal of Pain, Richard Stephens e Claudia Umland hanno pubblicato un lavoro dal titolo “Swearing as a Response to Pain—Effect of Daily Swearing Frequency”, traducibile come “Imprecare come risposta al dolore: effetto della frequenza quotidiana di parolacce”. Questo studio è prezioso perché non si limita a dire “imprecare aiuta”. Si chiede anche: aiuta tutti allo stesso modo? E soprattutto: se imprechi spesso nella vita quotidiana, l’effetto è lo stesso?


La metodologia è semplice e geniale, perché usa un test che in ricerca sul dolore è molto comune: il cold pressor test. In pratica, i partecipanti immergono una mano in acqua molto fredda per quanto riescono a resistere. È una prova controllata, ripetibile, e soprattutto è un tipo di dolore che non ti fa male “dopo”: è fastidioso mentre lo stai vivendo, quindi è perfetto per studiare la tolleranza al dolore in tempo reale.

In una condizione, le persone dovevano ripetere una parolaccia scelta da loro, qualcosa che direbbero spontaneamente in una situazione di dolore improvviso. Nell’altra condizione dovevano ripetere una parola neutra, cioè una parola senza carica emotiva particolare. Il ritmo, per quanto possibile, veniva tenuto simile, proprio per non confondere l’effetto della parola con l’effetto di “parlare di più” o “parlare più forte”.

E cosa succede? In generale, molte persone resistono più a lungo quando imprecare è permesso. Non solo: spesso si osserva anche un aumento dell’attivazione fisiologica, ad esempio nella frequenza cardiaca. Come se il corpo, sentendo quella parola “forte”, entrasse in una modalità più reattiva, più combattiva. Il dolore non sparisce, ma cambia il modo in cui lo gestisci. È come se la soglia di sopportazione si spostasse un po’ più in là.


Fin qui, sembra una conferma perfetta della storia. Ma il colpo di scena arriva quando i ricercatori guardano un fattore che nella vita reale conta tantissimo: l’abitudine. Stephens e Umland chiedono ai partecipanti quanto spesso, nella quotidianità, tendono a imprecare. E trovano un risultato molto interessante: più una persona è abituata a dire parolacce ogni giorno, meno sembra beneficiare dell’effetto “analgesico” dell’imprecazione durante il test del freddo.


Questo è un punto chiave, perché ci spiega qualcosa di profondamente umano: le parole, come gli stimoli, possono “sbiadire”. Se una parola tabù la usi raramente, conserva una carica emotiva forte. Se invece diventa un intercalare, un rumore di fondo, perde parte della sua potenza. E se l’effetto sul dolore e sulla prestazione nasce proprio da quella carica emotiva, allora è logico che l’abitudine lo consumi.

Ora prova a mettere insieme i due studi. La mini-revisione del 2024 ci dice: in diversi test fisici brevi e intensi, imprecare può aumentare leggermente la prestazione. Lo studio del 2011 ci dice: imprecare può aumentare la tolleranza al dolore, ma l’effetto sembra ridursi in chi impreca spesso ogni giorno.

E la relazione tra i due, detta in modo semplice, è questa: la parolaccia potrebbe funzionare come un “micro-ergogenico” perché modifica, anche solo per poco, come il cervello interpreta fatica e dolore. Ma proprio perché agisce attraverso emozione e aspettativa, non è un bonus infinito. Se la parola perde significato, perde anche parte dell’effetto.

È un po’ come la musica motivazionale: se una canzone ti dava la pelle d’oca la prima volta, magari ti accendeva davvero. Se la ascolti cento volte al giorno, diventa normale, e quell’ondata emotiva si attenua. Non è che la musica non esista più. È che tu ti sei adattato.


C’è anche un’altra curiosità importante, che emerge spesso quando si parla di questo tema: l’effetto non è solo “chimico” o “meccanico”, è sociale e culturale. Le parolacce non sono uguali in tutte le lingue, non sono uguali in tutti i contesti, e non hanno lo stesso peso per tutte le persone. Una parola che per qualcuno è potentissima, per un altro può essere quasi innocua. Quindi l’effetto non dipende solo dal suono, ma dal significato emotivo che quella parola porta con sé.


E qui viene la domanda che molti si faranno: “Ok, ma quindi devo imprecare per allenarmi meglio?”. La risposta più onesta è: non stiamo parlando di una strategia universale e non stiamo parlando di qualcosa che sostituisce allenamento, tecnica, recupero o nutrizione. Stiamo parlando di un piccolo fenomeno che mostra quanto la prestazione sia anche un fatto mentale, soprattutto quando sei vicino al limite.

Se funziona, probabilmente funziona perché in quel momento ti “sposta” la percezione. Ti dà un pizzico di aggressività controllata, ti fa sentire più dominante sul disagio, ti aiuta a non interpretare la fatica come un segnale immediato di stop. E questo, per qualche secondo, può cambiare ciò che fai.


Ma c’è anche il rovescio della medaglia, e qui bisogna essere adulti. Primo: non è sempre appropriato. In una palestra affollata, con bambini o in contesti professionali, non è esattamente il massimo. Secondo: se ti abitui, l’effetto può calare. Terzo: c’è sempre il rischio che, cercando un “boost” psicologico, tu spinga oltre un limite che invece andava rispettato, soprattutto se stai tornando da un infortunio o se sei in una fase di stanchezza accumulata.


Quindi la vera utilità di questi due studi non è trasformare la parolaccia in un protocollo di allenamento. È ricordarci che la performance non è solo motore e carburante. È anche il “software” che gestisce dolore, fatica, attenzione e coraggio. E a volte basta un dettaglio emotivo, una parola, un contesto, un significato, per spostare il punto in cui decidi di mollare.


E forse è anche una lezione più ampia, che vale per tanti “trucchi” della performance: funzionano quando sono significativi, quando accendono davvero qualcosa. Quando diventano automatici, perdono potere.


 
 
 

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