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Metti play e senti la fatica abbassarsi: la musica è davvero “ergogenica”?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 21 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Hai presente quel momento in cui l’allenamento è iniziato bene, poi però la testa comincia a fare i conti, le gambe diventano più “pesanti” e il tempo sembra allungarsi? Ecco: spesso non è che all’improvviso sei diventato meno allenato. È che, senza accorgercene, la mente smette di “collaborare” e ogni segnale di fatica diventa più rumoroso. In questa storia entra la musica, che non è solo sottofondo: in molti casi è un vero e proprio strumento psicofisiologico.


A mettere ordine in quarant’anni di ricerche ci ha pensato una grande meta-analisi pubblicata su Psychological Bulletin nel 2020: “Effects of Music in Exercise and Sport: A Meta-Analytic Review”, cioè “Effetti della musica nell’esercizio fisico e nello sport: una revisione meta-analitica”, firmata da Peter C. Terry, Costas I. Karageorghis, Michelle L. Curran, Olwenn V. Martin e Renée L. Parsons-Smith.

Questa non è una singola prova “con 20 persone in palestra”. Qui si parla di una raccolta enorme: i ricercatori hanno setacciato la letteratura dalle prime pubblicazioni note (addirittura dal 1911) fino al 31 dicembre 2017, cercando studi in cui la musica veniva confrontata con la stessa attività svolta senza musica. Hanno usato molti database scientifici, hanno escluso migliaia di lavori non adatti e, alla fine, hanno tenuto dentro 139 studi, per un totale di 598 effetti calcolati su 3.599 partecipanti.


A questo punto la domanda è: mediamente, ascoltare musica prima o durante l’attività fisica cambia davvero qualcosa?

Sì, e la cosa interessante è che cambia su più livelli. Il risultato più “forte” (passami il termine) riguarda il lato emotivo: la musica migliora in modo netto quanto l’esperienza viene percepita come piacevole, con un effetto medio piuttosto consistente. Poi arriva quello che interessa a molti: la performance. Anche qui c’è un beneficio, non miracoloso ma affidabile: in media si tende a rendere un po’ meglio con la musica che senza. E insieme alla performance migliora anche la sensazione soggettiva dello sforzo: a parità di lavoro, con la musica la fatica percepita tende a scendere.

C’è anche un dettaglio che, detto in modo semplice, suona così: a volte con la musica il corpo lavora in modo leggermente più efficiente. In alcuni contesti l’ossigeno consumato può risultare un po’ più “economico”, come se il gesto diventasse più fluido e meno dispersivo.


E il cuore? Qui arriva la sorpresa. Se ti aspetti che la musica abbassi (o alzi) in modo prevedibile la frequenza cardiaca, la risposta è: non c’è un effetto generale chiaro. In altre parole, non è corretto pensare “metto musica e automaticamente il battito cambia”: dipende dal contesto, dal tipo di brano, dall’intensità e da mille variabili.

Fin qui, tutto molto bello. Ma la parte davvero pratica è: quale musica, quando, e come?

Qui i ricercatori hanno cercato di capire se alcune caratteristiche cambiano l’impatto. Per esempio, il tempo: la musica più veloce tende a dare un vantaggio maggiore sulla performance rispetto a quella lenta o “media”. E c’è un numero che torna spesso, quasi come una soglia psicofisica: 120 bpm, che gli autori usano anche come spartiacque per distinguere tra tempi più lenti e più rapidi.


E se la musica la scegli tu, funziona di più? Qui sfatiamo un mito (almeno sul lato performance): chi seleziona la musica non sembra cambiare in modo significativo il beneficio sulla prestazione. È una buona notizia per chi allena gruppi o lavora in palestra: non serve trovare “la canzone perfetta per ciascuno” per ottenere un effetto medio positivo.

Un’altra cosa interessante: la musica può essere usata prima, durante, o sincronizzandosi al ritmo. Eppure, nel complesso, non emerge un verdetto del tipo “sincronizzata è sempre meglio”. La sincronizzazione può essere utile, ma non è una bacchetta magica che vince sempre su tutto il resto.


E poi c’è la domanda che tanti si fanno senza dirlo: ma quando spingo forte, forte… la musica mi aiuta ancora? La tendenza generale è che la musica sembra funzionare meglio a intensità basse o moderate, mentre quando si entra in zone molto impegnative il cervello ha meno “spazio” per elaborare stimoli esterni, perché i segnali interni di fatica diventano dominanti. In effetti, gli autori spiegano che per le loro analisi hanno dovuto semplificare l’intensità in due grandi fasce (sotto o sopra circa il 70% della capacità aerobica) e ricordano che diversi lavori sperimentali mostrano una perdita di efficacia della musica sulla fatica percepita oltre circa il 75% della capacità aerobica. Tradotto: nei lavori massacranti, è possibile che la musica passi in secondo piano, non perché “non funziona”, ma perché il corpo alza il volume di tutto il resto.


Quindi qual è il senso pratico di tutto questo, nella vita reale?

Che la musica non è solo intrattenimento: è una leva che può rendere l’esperienza più piacevole, far percepire meno la fatica e spingerti, in media, a rendere un po’ meglio. L’effetto non è “da film”, ma è abbastanza costante da essere utile, soprattutto se ti alleni spesso e sai che, nel lungo periodo, sono proprio quei piccoli margini a fare la differenza.


Se vuoi usarla bene, l’idea non è cercare la canzone “magica”, ma creare condizioni favorevoli: brani energici quando vuoi performance e attivazione, musica più gestibile quando vuoi tenere ritmo e continuità, e un’aspettativa realistica quando l’intensità diventa davvero alta. E, soprattutto, senza dimenticare la cosa più semplice: la tecnologia aiuta, ma non deve toglierti la capacità di ascoltare il corpo.


 
 
 

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