Non basta togliere il dolore: bisogna rieducare il movimento
- Alessandro Docali
- 25 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Chi soffre di mal di schiena lo sa: a volte non è il dolore acuto quello che pesa di più, ma quel fastidio costante, silenzioso, che appare quando ti muovi in un certo modo, quando sollevi qualcosa, quando fai un affondo un po’ più profondo del solito o quando torni in piedi dopo essere stato seduto troppo a lungo. È un dolore che ti parla anche quando non fa male davvero, perché ti cambia il modo di muoverti, ti fa trattenere il respiro, ti fa irrigidire senza che tu te ne accorga. E oggi voglio parlarti proprio di questo tipo di mal di schiena: quello cronico, quello che ti modifica più del dolore stesso.
Nel 2023 un gruppo di ricercatori sauditi e statunitensi, guidati da Khalid Alkhathami insieme a Yousef Alshehre, Kelli Brizzolara, Mark Weber e Sharon Wang-Price, ha pubblicato uno studio dal titolo “Effectiveness of Spinal Stabilization Exercises on Movement Performance in Adults with Chronic Low Back Pain”. Possiamo tradurlo come “Efficacia degli esercizi di stabilizzazione della colonna sulla qualità del movimento negli adulti con lombalgia cronica”. Non è solo un titolo tecnico: è una promessa. Non vuole capire soltanto se il dolore diminuisce, ma se il corpo torna a muoversi meglio.
Perché chi soffre di lombalgia cronica non si limita a sentire dolore nella zona lombare: cambia il proprio modo di muoversi. È come se il corpo riscrivesse il proprio software motorio. Si irrigidisce, anticipa il dolore prima ancora che arrivi, perde fluidità nei movimenti che dovrebbero essere naturali. E spesso queste alterazioni rimangono anche quando il dolore si attenua.
Per questo i ricercatori hanno scelto un approccio particolare: non hanno misurato solo il dolore, ma la qualità del movimento attraverso il Functional Movement Screen, l’FMS, uno strumento usato in tutto il mondo per valutare equilibrio, mobilità, stabilità e controllo motorio. Non è un test sulla schiena, ma un test sul corpo intero. E questa è una delle parti più affascinanti dello studio: capire se lavorare sui muscoli profondi della colonna può migliorare movimenti complessi come squat, affondi, rotazioni e avanzamenti.
I partecipanti, tutti adulti con mal di schiena da almeno tre mesi, sono stati divisi in due gruppi. Uno ha seguito esercizi generici per la schiena, quelli che trovi normalmente nei programmi di base: mobilità, stretching, rinforzo leggero. L’altro ha seguito un programma mirato alla stabilizzazione profonda della colonna, che lavora sui muscoli che governano il controllo fine del tronco, come il trasverso dell’addome, il multifido e gli obliqui profondi. Non per costruire muscoli visibili allo specchio, ma per ristabilire il dialogo interno che tiene la colonna stabile quando ci muoviamo.
La parte interessante è che lo studio non vuole scoprire quale programma tolga più dolore, ma quale faccia tornare il corpo a muoversi come dovrebbe. E infatti accade una cosa interessante: il dolore migliora in entrambi i gruppi, ma chi ha lavorato sulla stabilizzazione profonda migliora in modo molto più marcato la qualità del movimento. Significa che non solo sentiva meno male, ma si muoveva meglio. Più controllo, meno compensi, più fluidità.
E c’è un altro dettaglio: i miglioramenti più importanti avvengono nelle prime quattro settimane, quelle in cui gli esercizi sono supervisionati da un professionista. Quando le persone seguono il programma da sole, a casa, i progressi diventano più lenti. È un richiamo elegante ma molto chiaro: non è solo l’esercizio che fa la differenza, ma la guida. Nessun video su YouTube, nessuna scheda stampata può sostituire gli occhi esperti di qualcuno che ti corregge e ti fa progredire passo dopo passo.
Ma forse l’aspetto più interessante dello studio è un altro: la differenza tra dolore e funzione. Alcuni partecipanti non hanno visto un miglioramento evidente del dolore, ma la loro qualità del movimento è aumentata in modo significativo. È quasi paradossale. Come se il corpo dicesse: “Sto ancora mandando segnali di allarme, ma ho iniziato a muovermi meglio”. È un messaggio potentissimo perché ci ricorda che il dolore non è sempre un indicatore affidabile della qualità del movimento, e che muoversi bene può essere il primo passo per cambiare la percezione del dolore stesso.
I ricercatori parlano anche di un concetto fondamentale: la disfunzione del controllo motorio. Chi soffre di lombalgia cronica spesso ha ritardi nell’attivazione dei muscoli profondi, usa troppo i muscoli superficiali e si irrigidisce per compensare. È come guidare una macchina con le sospensioni bloccate: ogni movimento diventa più faticoso e il sistema si usura più rapidamente. Ripristinare la stabilizzazione profonda della colonna significa restituire al corpo le sue sospensioni naturali, riducendo il lavoro inutile e proteggendo le strutture che soffrono di più.
Ed è qui che lo studio offre una delle sue intuizioni: i miglioramenti ottenuti attraverso gli esercizi di stabilizzazione non restano confinati agli esercizi stessi, ma si trasferiscono nei movimenti quotidiani. È il cosiddetto “carry-over”. Le persone che imparano ad attivare bene il trasverso e il multifido iniziano a muoversi meglio in tutto il resto: negli squat, nelle rotazioni, nei piegamenti, perfino nel camminare o nel salire le scale. È la prova che il corpo è un sistema integrato, e che lavorare sulla stabilità profonda ha un effetto a cascata sul resto del movimento.
Infine c’è la questione dei tempi. Otto settimane. Questo è il periodo utilizzato nello studio per osservare cambiamenti significativi nel movimento e nel controllo motorio. Otto settimane non sono un’eternità, ma abbastanza perché il corpo inizi a ricordare come ci si muoveva prima del dolore, come si respirava, come si gestiva la pressione interna del core. È un messaggio motivante: il cambiamento non richiede anni, ma nemmeno tre giorni. Richiede costanza, pazienza e soprattutto qualità.
E allora la domanda finale è inevitabile: quanto del nostro mal di schiena nasce dal modo in cui ci muoviamo e non dal dolore in sé? E quanto potrebbe cambiare la nostra vita se, invece di spegnere il sintomo, imparassimo a ricostruire la qualità dei nostri movimenti?

Commenti