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Quando lo stress diventa un fattore di rischio “invisibile”: il modello che spiega perché alcuni atleti si infortunano di più

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 14 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Nel lavoro “A Model of Stress and Athletic Injury: Prediction and Prevention”, tradotto in italiano come “Un modello di stress e infortunio sportivo: previsione e prevenzione”, Mark B. Andersen e Jean M. Williams propongono nel 1988 sul Journal of Sport & Exercise Psychology (10, 294–306) una cornice teorica che sposta l’attenzione da una visione dell’infortunio come semplice “incidente sfortunato” a un processo prevedibile, almeno in parte, quando si comprende come lo stress modifichi il comportamento motorio e l’elaborazione delle informazioni in campo o in allenamento.


L’idea centrale è che lo stress non “rompe” direttamente un muscolo o un legamento, ma altera il modo in cui l’atleta risponde alle richieste della situazione sportiva: quando un contesto viene percepito come altamente impegnativo, quando le risorse personali sembrano insufficienti o quando le conseguenze della prestazione vengono vissute come decisive per carriera e identità, si attiva una risposta di stress che ha due vie principali e molto concrete. La prima è fisiologica e passa attraverso l’aumento della tensione muscolare generalizzata, una sorta di “bracing” che può ridurre fluidità e precisione del gesto, disturbare la coordinazione e abbassare la flessibilità funzionale, creando un terreno favorevole a stiramenti, distorsioni e microtraumi; la seconda è attentiva e riguarda il modo in cui lo stress restringe o frammenta l’attenzione, portando da un lato a un restringimento del campo visivo, con maggiore probabilità di perdere segnali periferici importanti, e dall’altro a una maggiore distraibilità, cioè la tendenza a spostare l’attenzione su stimoli non rilevanti proprio mentre servirebbe massima “lettura” della situazione.

In questo modello, quindi, l’infortunio è l’esito possibile di una catena in cui la situazione sportiva stressante incontra l’interpretazione soggettiva dell’atleta e produce cambiamenti misurabili nella qualità del controllo motorio e nel sistema percettivo-attentivo.


Andersen e Williams aggiungono però un passaggio decisivo per chi lavora con persone reali: non tutti gli atleti entrano nella stessa situazione con lo stesso “carico” di stress pregresso e con le stesse difese, e proprio qui entrano in gioco i fattori che rendono alcuni più vulnerabili di altri. Da una parte c’è la storia degli stressor, che non coincide solo con i grandi eventi di vita, ma include anche i piccoli stress cronici quotidiani e un elemento spesso sottovalutato, cioè gli infortuni precedenti: un ritorno allo sport non completamente recuperato, o un ritorno fisicamente pronto ma psicologicamente fragile, può alimentare paura di re-infortunio, valutazioni negative e una risposta di stress più intensa, aumentando paradossalmente il rischio di ricaduta. Dall’altra parte ci sono differenze individuali e risorse: tratti di personalità che possono amplificare o attenuare la reattività allo stress, ma soprattutto le risorse di coping, intese come abitudini e reti che sostengono l’atleta nel gestire il carico complessivo della vita e dello sport, come qualità del sonno, organizzazione, gestione del tempo, autostima, e in modo molto marcato il supporto sociale di famiglia, amici, staff tecnico e compagni, che nel modello viene trattato non come “contorno”, ma come variabile capace di cambiare l’intensità della risposta di stress anche indipendentemente dal livello di stress esterno. In questa visione, la prevenzione non è un messaggio motivazionale generico, ma un set di leve operative: se il rischio passa attraverso appraisal cognitivi, tensione muscolare e attenzione, allora le strategie preventive devono agire su questi nodi, riducendo la probabilità che l’atleta interpreti la situazione come ingestibile, insegnandogli a regolare attivazione e arousal, e costruendo competenze di concentrazione e autoregolazione; per questo gli autori indicano interventi che vanno dal lavoro cognitivo sul modo di valutare richieste e conseguenze, fino alle tecniche di rilassamento e alle abilità mentali, includendo anche aspetti spesso scomodi ma reali come la gestione dell’uso di sostanze e farmaci che possono alterare percezione, stress response e qualità della prestazione.


Il risultato complessivo è un modello “interazionista”, dove la vulnerabilità non è un’etichetta fissa ma un profilo che nasce dall’incontro fra persona e situazione: la stessa partita, lo stesso allenamento o la stessa selezione possono essere vissuti come stimolo controllabile o come minaccia, e questa differenza di percezione può trasformarsi in differenza di controllo motorio, di attenzione e, in ultimo, di rischio d’infortunio; ed è proprio qui che il lavoro di Andersen e Williams diventa utile anche fuori dall’università, perché suggerisce che ridurre gli infortuni non significa solo cambiare carichi, scarpe o superfici, ma anche imparare a misurare e gestire lo stress in modo strutturato, identificare chi sta entrando in campo con risorse ridotte e costruire un sistema di supporto e competenze mentali che renda l’atleta più stabile quando conta davvero.

 
 
 

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