Quando remi “a tempo” con gli altri, ti fai meno male? La scienza dice di sì
- Alessandro Docali
- 23 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
C’è una sensazione che tanti sportivi conoscono bene: dopo un allenamento intenso ti senti “stranamente bene”, quasi leggero, come se il corpo avesse acceso un interruttore di euforia e analgesia. Di solito la spieghiamo con una parola che suona quasi magica: endorfine. Ma c’è un dettaglio interessante che spesso trascuriamo: non conta solo quanto ti alleni… conta anche con chi e soprattutto come ti muovi insieme agli altri.
Questa idea è al centro di uno studio pubblicato su Biology Letters (2010) dal titolo “Rowers’ high: behavioural synchrony is correlated with elevated pain thresholds” (traduzione: “Lo ‘sballo’ dei canottieri: la sincronia comportamentale è correlata a una soglia del dolore più alta”), firmato da Emma E. A. Cohen, Robin Ejsmond-Frey, Nicola Knight e R. I. M. Dunbar.
Il punto di partenza è molto “umano”: quando facciamo esercizio fisico, il corpo rilascia sostanze oppioidi endogene (tra cui le endorfine) che possono dare una sensazione di benessere e, allo stesso tempo, ridurre un po’ la percezione del dolore. Il problema è che misurare direttamente le endorfine nel cervello non è affatto pratico: servirebbero procedure invasive. Allora i ricercatori hanno usato un trucco metodologico molto comune: se le endorfine aumentano, di solito aumenta anche la tolleranza al dolore. In altre parole, se “sopporti” meglio uno stimolo doloroso dopo l’allenamento, è un indizio indiretto (ma usato spesso in ricerca) che il sistema oppioide si sia attivato.
E qui entra in scena il canottaggio, uno sport perfetto per studiare la sincronia: non basta essere forti, bisogna essere sincronizzati. Un otto che rema fuori tempo è un disastro, anche se ogni atleta è un motore potente. Inoltre, in palestra i vogatori possono allenarsi sugli ergometri sia da soli sia “insieme” in modalità di barca virtuale, quindi con un contesto molto simile ma una differenza chiave: la coordinazione.
I ricercatori hanno coinvolto 12 vogatori maschi dell’Università di Oxford (età media circa 24 anni) e li hanno osservati in due condizioni: allenamento individuale e allenamento di gruppo sincronizzato. In entrambi i casi, l’allenamento era lo stesso nella sostanza: 45 minuti di voga continua su ergometro. La differenza era nel “set”: da soli, oppure in due gruppi da sei che remavano insieme come barca virtuale, cercando di mantenere il ritmo e la sincronia.
Subito dopo l’allenamento (tra 5 e 10 minuti), veniva misurata la soglia del dolore con un metodo tanto banale quanto efficace: un normale bracciale per la pressione gonfiato sul braccio non dominante, sopra il gomito. Il bracciale stringe progressivamente e crea un dolore da ischemia; l’atleta doveva dire “adesso” quando iniziava il fastidio. La pressione registrata in quel momento diventava la sua soglia del dolore per quel test.
A questo punto, la domanda vera era una: se l’allenamento è lo stesso, ma uno lo fai da solo e l’altro lo fai sincronizzato con i compagni, cambia qualcosa nel “picco” di analgesia post-esercizio? Per evitare che la risposta fosse falsata dal fatto che “in gruppo ci si ammazza di più”, gli autori hanno controllato anche l’intensità: il power output (stimato tramite la prestazione media sui 500 metri) non risultava significativamente diverso tra la condizione individuale e quella di gruppo. Quindi non è che in gruppo lavorassero di più: lavoravano più o meno uguale. 2
Ed è qui che i risultati diventano interessanti. La soglia del dolore aumentava dopo l’esercizio in entrambi i casi, come ci si aspetta se l’attività fisica attiva i meccanismi “antidolorifici” interni. Ma quando i vogatori si allenavano in sincronia, l’aumento era più marcato. In media, la soglia cresceva di circa 5,63 mmHg dopo l’allenamento individuale, mentre saliva a circa 11,04 mmHg dopo l’allenamento sincronizzato. In pratica, a parità di lavoro, il “bonus analgesico” del gruppo risultava nettamente più alto.
La discussione degli autori è un invito a guardare oltre il fitness come somma di ripetizioni e chilometri. Se la sincronia amplifica la risposta oppioide, allora certe attività collettive che ci fanno sentire uniti e “carichi” potrebbero avere un fondamento biologico molto concreto. Non solo sport di squadra: pensiamo a ridere insieme, suonare insieme, ballare insieme, partecipare a rituali dove ci si muove all’unisono. Molte di queste esperienze sono faticose, sincronizzate e spesso accompagnate da una sensazione di euforia e vicinanza agli altri. L’ipotesi è che "l’endorfinata di gruppo” possa essere uno dei collanti chimici del legame sociale.
Detto in modo semplice: muoversi insieme non è solo un fatto culturale o psicologico. Potrebbe essere anche un fatto neurobiologico. E forse spiega perché certe lezioni di gruppo, certe coreografie, certi sport coordinati o perfino certe camminate fatte “a passo comune” non ci lasciano addosso solo fatica… ma anche una forma di benessere che da soli, spesso, è più difficile ottenere.

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