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Stretching prima dell’allenamento: ti aiuta davvero?

  • Immagine del redattore: Alessandro Docali
    Alessandro Docali
  • 22 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Quante volte, prima di partire con una seduta, ti sei sentito dire con assoluta sicurezza: “Fai stretching, così vai meglio e ti fai meno male”? È una di quelle frasi che suonano talmente “giuste” da non essere quasi mai messe in discussione. Il problema è che lo stretching statico, quello in cui ti fermi e tieni la posizione per parecchi secondi, non è sempre l’amico perfetto del tuo riscaldamento, soprattutto quando stai per fare qualcosa di esplosivo: sprint, salti, sollevamenti pesanti, cambi di direzione. E la parte interessante è che non serve demonizzarlo: basta capire quanto e quando usarlo.


A mettere ordine in anni di risultati spesso contraddittori ci hanno pensato Anthony D. Kay e Anthony J. Blazevich con la revisione sistematica pubblicata nel 2012 su Medicine & Science in Sports & Exercise dal titolo “Effect of Acute Static Stretch on Maximal Muscle Performance”, cioè “Effetto dello stretching statico acuto sulla performance muscolare massimale”.


Gli autori hanno seguito un metodo rigoroso da revisione, cercando gli studi su più banche dati scientifiche (come MEDLINE, ScienceDirect e SPORTDiscus), selezionando solo ricerche con criteri chiari e focalizzate su un punto preciso: cosa succede alla performance subito dopo uno stretching statico. Alla fine hanno passato al setaccio migliaia di articoli potenziali e ne hanno inclusi 106, analizzando misure molto concrete come forza massimale, potenza, velocità e test “da campo” tipo salti e sprint.

La scoperta potrebbe essere riassunta in una parola: durata. Non è “lo stretching” in sé a fare la differenza, ma quanto tempo tieni l’allungamento per ogni gruppo muscolare e quanto lo fai vicino allo sforzo. Quando lo stretching statico è breve, l’effetto sulla prestazione è praticamente nullo: con durate molto corte (fino a 30 secondi totali) la riduzione media è piccolissima, circa l’1%, e con 30–45 secondi la situazione resta simile. In pratica, se fai un allungamento rapido e controllato, non stai “buttando via” forza e potenza.


Il quadro cambia quando lo stretching diventa lungo. Quando si superano i 60 secondi totali di allungamento, aumenta nettamente la probabilità di vedere un calo prestativo: nella review emerge una relazione “dose-risposta”, cioè più allunghi e più cresce il rischio di perdere performance, con un salto evidente proprio intorno al minuto. Per durate di 1–2 minuti, la riduzione media diventa più consistente; oltre i 2 minuti, le perdite medie arrivano intorno al 7% e la probabilità di un calo significativo si stabilizza su valori alti. Tradotto: se ti metti a fare stretching statico “serio”, quello che tieni a lungo e magari ripeti più volte, e poi subito dopo pretendi di essere esplosivo… potresti starti togliendo qualcosa da solo.


Gli autori spiegano che l’effetto non dipende solo dal gesto, ma dipende anche da cosa farai subito dopo. Se il tuo obiettivo è essere reattivo, potente, pronto a produrre forza in fretta, uno stretching statico prolungato può rendere il muscolo più “morbido” e meno pronto a scattare. Non perché “si rovina”, ma perché cambia temporaneamente l’equilibrio tra rigidità utile, attivazione nervosa e capacità di trasmettere forza in modo rapido. È un po’ come rendere più elastica una molla: guadagni escursione, ma perdi una parte della risposta immediata.


Un altro dettaglio interessante è che, guardando l’insieme degli studi, questi effetti non sembrano limitati a un singolo tipo di test: la review trova lo stesso andamento generale su forza, potenza e velocità, e la “soglia” del minuto resta un punto critico anche cambiando muscoli o modalità di contrazione. E infatti la conclusione è molto chiara e, per una volta, anche rassicurante: lo stretching statico non è il nemico, ma quello lungo e fatto a ridosso della performance può essere una scelta poco furba se stai per fare attività massimali.


In definitiva dobbiamo ricordare che il riscaldamento serve a “accendere”, non a “addormentare”. Se vuoi sentirti più sciolto prima di allenarti, puoi usare stretching statico breve, senza trasformarlo in una mini sessione di yoga qualche minuto prima di un salto o di uno squat pesante. E se invece vuoi fare stretching lungo perché ti piace, perché ti rilassa, perché lavori sulla mobilità o perché ti serve per recuperare, allora il momento perfetto è alla fine della seduta, oppure in un allenamento dedicato, separato da quello di potenza e forza.


In conclusione, questo studio ci invita a riflettere non sul fatto che lo stretching possa essere giusto o sbagliato ma se sia coerente con quello che staremo per fare. Perché nel corpo ogni scelta ha un costo e un beneficio: più mobilità immediata può significare meno esplosività immediata. E sapere questa cosa non ti limita, ti rende semplicemente più bravo a programmare il tuo riscaldamento.

 
 
 

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